Diario di donne in panchina di Fiorella Carcereri

Ringrazio tantissimo Fiorella Carcereri per avermi inviato e dedicato il suo ultimo libro, uscito il mese scorso: Diario di donne in panchina, edito da Arpeggio libero.

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L’ho letto in un pomeriggio, impossibile non farsi coinvolgere dalle cinque storie di cui si compone l’opera, il tutto sotto forma di pagine di diario.

Ogni racconto approfondisce scenari amorosi differenti che vedono generalmente un uomo che tenta di sopraffare con modi obsoleti e violenti una donna che non ha la capacità di affrontare in prima linea i problemi ma si cela sotto strati e strati di paure e insicurezze.

Il personaggio femminile ne esce profondamente traumatizzato, abituato ad essere sempre in panchina, ad aspettare che gli altri decidano per lei. Ma il punto di svolta arriva per tutte le protagoniste, esse comprendono che esiste un’unica via legittima, quella dell’amor proprio. Nessuno può e deve sentirsi in diritto di calpestare l’animo di un altro essere umano, non ci si dovrebbe vedere potenti nel prevaricare sul più debole.

Essere sensibili, sognatori e buoni di cuore non vuol dire avere un lascia passare per chiunque abbia cattive intenzioni ma occorre avere una coscienza, uno scrupolo che differenzi l’uomo dalle bestie.

Ormai credo che possiamo abbandonare la visione dell’uomo capace di ogni cosa e la donna perennemente sottomessa che aspetta qualcosa che forse mai arriverà.

Da queste cinque storie è possibile ricevere un messaggio di condanna e speranza, coraggio e forza di volontà.

Mai mollare se si deve lottare per la propria felicità!

Ma quando vivi da troppi anni in una sorta di limbo, quando sei “la donna in panchina”, beh in tal caso cambiano le regole. A furia di non giocare la partita, i tuoi muscoli si atrofizzano, mentre te ne stai semi sdraiata sullo zerbino di casa sua, sempre più logoro e scomodo.

Irene Cambriglia

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Bestiario diplomatico di Valerio Parmigiani

Il suddetto libro, scritto da Valerio Parmigiani e pubblicato con Effepi Editore, è un’opera autobiografica sui dieci anni di lavoro svolti dall’autore nella carriera diplomatica.

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L’opera, ricca di riferimenti all’ambito privato e alla carriera di Valerio Parmigiani, è davvero molto godibile grazie ad uno stile fresco ed ironico che accompagna il lettore in questo viaggio che prende il via dall’Italia per poi spostarsi dapprima a Cipro e, infine, in Zambia.

Addio, Cipro sorgente dall’acque. Ti manderò dall’Africa un bel fior che nasce sotto il cielo dell’Equator.

Le vicende descritte sono intessute di riflessioni che l’autore si ritrova naturalmente a fare riguardo la sua vita, poiché a causa del suo lavoro egli è “costretto” a mantenere uno stile di vita che sia all’altezza dell’ambiente lavorativo in cui si trova ad operare, coinvolgendo anche la sua compagna A. che con tenacia riesce a seguire il corso degli eventi in un modo egregio che ho ammirato tanto.

Credo che ci voglia tantissimo coraggio nel decidere di abbandonare la propria casa per un mondo che ha tradizioni, lingua e usi diametralmente opposti ai nostri. E ancora più coraggio occorre nel momento in cui ci si trova a contatto con un ambiente lavorativo che non soddisfa a pieno né le nostre aspettative né la realtà ma si decide ugualmente di proseguire per ben dieci anni. In questo senso l’autore ha saputo delineare, con ricchezza di dettagli, il quadro lavorativo nel quale ha operato per tanti anni, descrivendo la situazione socio-politico-economica-culturale di Cipro prima e Zambia dopo, portandoci a riflettere su quanti aspetti negativi vi siano e quanto può essere fatto per migliorare determinate situazioni.

Ho apprezzato particolarmente gli excursus sui personaggi minori e le situazioni talvolta al limite dello straordinario di cui è stato testimone e vittima lo stesso autore.

Consiglio vivamente la lettura a chi voglia approfondire la conoscenza del mondo della diplomazia o voglia semplicemente divertirsi leggendo cose impensabili ai più.

Irene Cambriglia

Recensione e intervista della “Psicologia del rock” di Andrea Montesano

9788865314210_0_0_0_75Questo libro, al cui genere mi sono approcciata per la prima volta, ha due temi fondamentali: la musica e l’adolescenza. Si sa quanto sia fondamentale ascoltare musica in età adolescenziale e quanto quest’ultima possa addirittura cambiarci la vita e farci compiere scelte relazionali molto precise. Qui in particolare si parla dell’importanza della musica rock, che rientra a pieno titolo nell’educazione dei ragazzini. Vengono analizzati i vari generi musicali, (musica classica, rock, heavy metal, hip pop, rap) rapportati al tipo di adolescente che li ascolta. L’ascolto della musica rock da parte dell’adolescente, rappresenta anche il momento in cui quest’ultimo si stacca dai genitori ed entra in gruppo sociale, il più delle volte caratterizzato da persone che hanno i suoi stessi interessi.

Si analizza il concerto rock, prendendo come riferimento quello di Woodstock, che viene paragonato ad un momento religioso, e si sottolinea il momento dell’incontro con la rockstar preferita, l’identificazione completa con essa, il sacrificio che si è speso per partecipare all’evento.

Si parla anche del rapporto tra il rock e le sostanze stupefacenti, elencando le più utilizzate anche dalle varie rockstar. Viene fatta poi una piccola panoramica su discoteche e rave party, luoghi di divertimento dei giovani, ma che possono diventare anche molto pericolosi e sui nuovi metodi digitali di fruizione della musica.

Infine vi è la presentazione di un progetto sperimentale in cui i protagonisti sono sempre la musica e gli adolescenti.

Questo libro è stato molto interessante, perché ha sviluppato temi non presi molto in considerazione, come ad esempio insegnare e far ascoltare musica rock nelle scuole.

In conclusione la musica rock assume una funzione fondamentale nel percorso formativo ed educativo del ragazzo e in alcuni casi, aiuta a comprendere le scelte che lui stesso compie e soprattutto il suo modo di agire all’interno della società.

Consiglio la lettura di questo libro soprattutto a chi è interessato agli argomenti trattati.

 

Intervista

1)Cosa ti ha spinto a scrivere un libro sul rapporto tra la musica rock e l’adolescenza? È un interesse derivato dagli studi che hai condotto?

Il libro nasce dalla vogli di unire la mia passione (la musica) alla mia professione e gli studi che ho condotto fino ad ora (la psicologia). Ho pensato di poter dire qualcosa che fino a questo momento la letteratura non aveva detto. Il libro infatti cerca di spiegare come la musica e le canzoni siano strettamente connesse alla persona che le ascolta. Non si ascolta e non abbiamo un interessa “casuale” per un certo artista, una determinata canzone o un un album musicale. C’è molto di più. Il nostro “imprinting” musicale che poi ci accompagna per tutta la nostra vita nasce e si forma durante il periodo della nostra adolescenza. La famiglia, il gruppo degli amici, la scuola, il contesto culturale in cui viviamo contribuisce alla scelta di un nostro determinato ascolto e non un altro. L’adolescenza è lo strato più significativo per dare uno spiegazione oggi, del perché ci piace un certo tipo di musica o un artista.

2)Nel libro elenchi i vari generi musicali ed individui in quelli più ascoltati dai giovani il rock e il pop. Anche tu durante l’adolescenza li ascoltavi? E in che misura l’ascolto di questi generi ti ha aiutato a superare questa fase delicata?

Il rock è un genere musicale che si presta molto alle orecchie e al cuore dei ragazzi perché i temi narrati all’interno della musica rock, sono gli stessi temi che sono importanti in adolescenza come l’amore, l’amicizia, la trasgressione, la lotta etc etc. Il pop è il genere cosiddetto popolare, nel senso di “diffuso” che spesso viene abbracciato dai ragazzi che preferiscono vivere le emozioni molto “di pancia” ed è quindi un genere che soddisfa in maniera più immediata i loro bisogni emotivi.

Durante la mia adolescenza sono stato contaminato dal marchio del rock fine anni 80 e anni 90, alcuni nomi sono i Guns ‘n Roses, gli Oasis, i Pearl Jam, gli U2 e tanti altri; era un rock che ascoltavo e che suonavo nelle varie boy band in cui mi sono sperimentato.

Il rock mi ha dato l’opportunità di sentirmi vivo rispetto alla musica che suonavo attraverso la quale dicevo agli altri chi ero veramente, una palestra che mi ha portato ed essere quello che sono io oggi.

3)Vengono descritti nel libro 2 generi identificativi in adolescenza oltre al rock, il rap e il metal. Cosa c’è in questi due generi musicali che affascina i ragazzi?

Nel libro che parla di musica rock, c’è uno spazio che guarda ad una parte della musica dei ragazzi di oggi, e quella parte è dedicata al metal e all’hip hop. L’adolescenza è un periodo in cui il ragazzo tende a definirsi formando la propria identità. Questi generi musicali sono entrambi molto estremi perché più un genere musicale è estremo, più da identità al ragazzo. Ciò accade in quanto l’hip hop per sua natura, diventa gradualmente una forma culturale a cui appartenere perché ricco di rituali, slang e modalità che lo rendono identificativo. Allo stesso modo si può analizzare il fenomeno dell’Heavy Metal, un po’ meno caro ai giovani italiani per una questione fonetica legata alla lingua italiana che diversamente dall’inglese si sposa di meno con la dimensione sonora del metal.

4)Il mondo dei rave party e delle discoteche, dove si abusa di alcool e sostanze stupefacenti, è un territorio molto pericoloso per gli adolescenti. Ti senti di condannare questi luoghi o pensi che possano essere visti anche in maniera positiva?

Condannare non credo sia il termine adatto. A condannare sono bravi tutti. Credo che bisogna invece, come dire…essere più furbi! Bisogna ripartire dalla conoscenza di ciò che accade in questi ambienti, perché ci sarà un motivo per cui gli adolescenti di oggi hanno necessità di frequentare certi luoghi “addetti alla trasgressione”. Ponendoci in una prospettiva di ascolto e di accoglienza e non quindi giudicante questa posizione ci aiuterebbe a non aggiungere Another brick in the wall, quel muro che per tante ragioni separa il mondo adulto da quello dei ragazzi.

5)Nei tuoi interessi, oltre alla scrittura, c’è anche la musica. Ci puoi raccontare in breve la tua esperienza di cantante/musicista?

La mia esperienza con la musica inizia all’età di 5 anni quando ho frequentato quegli orribili corsi propedeutici alla musica per bambini, spazi dove se non c’è una buona figura di riferimento il rischio è quello di “indottrinare” i bambini ad una visione della musica a mo di religione ortodossa a cui sottostare. Ovviamente me ne sono scappato. Durante la scuola media così per gioco, ho frequentato un corso di chitarra in oratorio e vedevo che c’erano gli animatori più grandi che sapevano suonare la chitarra e sapevano cantare, ma lo facevano divertendosi. La cosa mi ha incuriosito e mi sono accorto che era quello che volevo fare anche io. Ricordo di aver rimediato un canzoniere e di essermi messo ad imparare le cose principali. Poi ho conosciuto la chitarra elettrica e il mondo del rock, e da allora mia vita non è stata più come prima.

Federica Molitierno

Circo Dovrosky di Marcostefano Gallo

Oggi voglio parlarvi di questo libro scritto da Marcostefano Gallo, intitolato Circo Dovrosky ed edito da Ferrari Editore, che mi ha accompagnato in quest’ultima settimana di settembre e durante i primi giorni di lavoro. È stato un piacevolissimo intermezzo, una lettura perfetta e non troppo impegnativa che mi ha permesso di continuare a leggere nonostante la stanchezza latente.

Circo-Dovrosky

La storia s’inserisce negli anni che precedono e vedono lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale: sembra quasi che il destino abbia voluto giocare brutti scherzi ad una famiglia povera di Mosca che si vede costretta ad abbandonare la propria casa e anche i due figli maschi, Alexej e Yuri, a causa del vizio del gioco d’azzardo del padre.

Conosciamo quasi esclusivamente le vicende di Yuri che, abbandonato dal padre in un circo di passaggio a Mosca, il cosiddetto Circo Dovrosky, imparerà ad adattarsi a qualsiasi situazione e ad entrare a far parte del nutrito gruppo di artisti che popolano il circo. Qui verrà cresciuto come un figlio da Fedor Polarek ed Edna e conoscerà Jean, un ragazzo vivace e buono che diventerà quasi un fratello per Yuri.

Il dramma storico si intervalla alle vicende personali di Yuri: costui imparerà a conoscere il vero significato dell’amicizia grazie a Jean e l’amore che lo legherà per tutta la vita ad una ragazza ebrea, Jasmine, con la quale però il destino ha deciso di giocare un tiro meschino.

Durante gli anni della guerra Yuri riuscirà, però, a riallacciare i rapporti con sua sorella Maria e a chiudere, seppur in un modo poco ortodosso, i conti col suo passato.

È un libro che consiglio poiché permette non solo di trascorrere del tempo piacevole ma crea anche un’atmosfera più raccolta che rende la lettura spedita e cattura l’attenzione di noi lettori sulle vicende dei vari personaggi, soffrendo e sognando con essi.

Irene Cambriglia

Il respiro della notte di Richard Mason

“Le avventure dei suoi vent’anni avevano insegnato a Piet Barol che non è saggio iniziare con una bugia.”
Così inizia il romanzo di Richard Mason Il respiro della notte edito Codice Edizioni.
Le vicende che vedono protagonista Pier Barol, hanno luogo in Sud Africa i primi anni del novecento, mentre in Europa sta per esplodere la prima guerra mondiale. 

Tutto ha inizio con la prospettiva del possibile fallimento dell’azienda di mobili artigianali di Piet. Sarà sua moglie Stacey a farlo ragionare e a suggerirgli un piano per risanare la loro condizione economica: convincere il ricco Percy Shabrill che i mobili da lui ordinati per arredare la sua casa, arrivati direttamente dell’Inghilterra, siano troppo poco raffinati per un uomo del suo lignaggio e insinuare tale dubbio nella moglie di lui, che verrà manipolata con molta facilità e che cederà all’inganno.

Sarà proprio da questo momento in poi che il romanzo inizierà a prendere una piega interessante. Piet partirà alla ricerca del giusto legname per la fabbricazione dei mobili con due indigeni; si addentrerà nella foresta africana di Gwadana dovendosi barcamenare fra superstizioni e riti propiziatori ma comprendendo sempre più quanto sia sbagliato creare distanza fra gli xhosa e l’uomo bianco

Ci sono vari particolari che rendono bene questo aspetto di Piet, la sua volontà di esprimersi nella lingua degli indigeni, il fatto che li tratti come uomini, rispettandoli per gli essere umani che sono e non stigmatizzandoli per pelle, credo religioso o lingua.

Da questo estratto si evince la condizione in cui versavano gli indigeni nei primi del secolo.

“Il governo dice che gli indigeni devono lavorare per i bianchi oppure andare nelle località a loro riservate. Ma quelle località sono così affollate che non c’è terra da coltivare, e non c’è lavoro per poter pagare la tassa sulla capanna. È solo uno stratagemma per costringerci a lavorare nelle miniere, come hai fatto tu.”(…)”Dobbiamo agire!”.

Molte sono le tematiche che si alternano nel libro, dal colonialismo alla religione, dall’individualismo alla voglia di evadere e nonostante io debba ammettere di aver avuto delle difficoltà nella lettura del libro, date molto probabilmente dalla mia poca dimestichezza con le ambientazioni africane, con le tradizioni dei popoli indigeni, ho avuto modo di avvicinarmi alla loro cultura, finanche a comprenderne la profondità.
È un romanzo che fa riflettere su ciò che egoisticamente siamo disposti a fare per non soccombere, sulla fondamentale importanza che ricopre la Natura e la spiritualità nella vita di alcuni.

Il realismo del racconto poi, si percepisce in ogni pagina, le ricerche dell’autore e le sue origini (nasce a Johannesburg), permeano ogni riga.

È una lettura che consiglio per chi come me, è abituato ad altro e per approcciarsi in punta di piedi e con rispetto ad un mondo così distante da quello in cui viviamo.

Vi lascio con le parole dell’autore che spiegano come sia nata in lui la necessità di scrivere questo romanzo. 

“In Sudafrica c’è una foresta in cui nessuno entra. Si dice che ci sia un mostri in agguato, una creatura dallo sguardo che può trasformare in legno. Pochi sudafricani bianchi ne hanno sentito parlare, ma ogni sudafricano nero conosce il nome di questa foresta: Gwadana. Nel 2007 ci sono andato. (…) ho incontrato Mbiko, un uomo molto anziano. Quando gli ho chiesto come facesse a sapere che c’era un mostro nella foresta, mi ha risposto: quando ero ragazzo sono arrivati gli uomini bianchi. Sono stati loro a raccontarmi del mostro.

Ricordo di aver pensato tra me e me: io a questo mostro non ci credo. Quegli uomini bianchi dovevano avere dei motivi ben precisi per tenere gli xhosa fuori dalla loro foresta.”

Nicole Zoi Gatto

Crepuscolo di Kent Haruf

Eccoci al secondo capitolo della “Trilogia della pianura”. Siamo sempre ad Holt, cittadina immaginaria del Colorado, dove ritroviamo alcuni personaggi di “Canto della pianura” e altri nuovi. Ci sono sempre i solitari fratelli McPheron, Raymond e Harold, rinati completamente dopo la convivenza con Victoria Robideaux e la piccola Katie, anche se sono costretti a separarsi di nuovo perché Victoria andrà all’università a Fort Collins.

Ci sono Luther e Betty Wallace, che vivono in una roulette, assistiti da Rose Tyler, assistente sociale, che li controlla nell’educazione dei due bambini, Joy Rae e Richie.

C’è DJ, ragazzino di 10 anni, orfano e costretto a badare al nonno, la cui salute non è più quella di una volta, che trova conforto nell’amicizia di una ragazzina, sua vicina di casa, Dena.

La madre di Dena ed Emma, Mary Welles, deve far fronte all’abbandono del marito che vive in Alaska, ma non riesce a gestire per niente bene la situazione.

In questo secondo capitolo, caratterizzato sempre dello stile scarno ed essenziale di Haruf, entrano temi molto più toccanti e dolorosi. C’è un lutto che si è costretti a fronteggiare, i maltrattamenti subiti da Joy Rae e Richie dallo zio di Betty, la totale incapacità di Betty e Luther nell’educare e proteggere i propri figli, episodi di bullismo e una madre che per affrontare l’abbandono del marito si rifugia nell’alcool non pensando alle proprie figlie. In tutto questo ci sarà anche un amore molto dolce che sboccerà tra chi pensava che la propria vita fosse ormai giunta al crepuscolo.20476446_1955140514723733_2574749645066032045_n

I bambini protagonisti di queste storie, sono lasciati spesso a loro stessi e non sempre riescono a risollevarsi ma sono tutti caratterizzati da una forza d’animo non comune. Non c’è mai un lamento o un capriccio da parte loro.

Anche questo secondo capitolo mi ha coinvolto ed emozionato molto. Holt è una cittadina da cui si fatica ad uscire anche dopo aver voltato l’ultima pagina.

Consigliatissimo

Federica Molitierno

Tempistiche d’amore di Adriana Romanò

Tempistiche d’amore, edito da Bibliotheka Edizioni, è un romanzo breve e coinvolgente scritto da Adriana Romanò, che ringrazio enormemente per la gentile collaborazione.

Tempistiche d'amore- copertina

La storia ruota attorno ad Ambra, una giovane bibliotecaria in procinto di compiere un passo importante nella propria vita, ossia dire il fatidico SI a Carlo, l’uomo perfetto.

Ma sappiamo che la perfezione non esiste, che tutti possiedono pregi e difetti, così come Carlo. Al suo fianco, Ambra non si sente stimolata, coinvolta, tanto che deciderà di prendersi del tempo per riflettere sulla sua proposta di matrimonio. Le tempistiche nella storia sono tutto: il ritorno dell’ex ragazzo di Ambra, Leonardo, proprio in questo momento porterà la storia su altri sentieri.

Sono stanca di vivere come un’ombra per paura di rischiare.

La storia suscita curiosità, coinvolge il lettore, soprattutto grazie alla caratterizzazione dei personaggi, e lo porta a riflettere sulle casualità della vita: molto spesso ci si adagia in situazioni che ci arrecano sofferenza ma che per abitudine e paura lasciamo intatte mentre la soluzione per la felicità può essere ad un passo da noi.

È una storia di seconde occasioni, di rinascita e spensieratezza che mi ha molto colpito e consiglio.

L’autrice è riuscita a descrivere in maniera esemplare le ansie e le gioie che i rapporti affettivi portano con sé.

Irene Cambriglia