Nicola Rubino è entrato in fabbrica di Francesco Dezio

Cari lettori, oggi vi lascio con la recensione di Nicola Rubino è entrato in fabbrica di Francesco Dezio edito da Terrarossa edizioni, che ringraziamo per la collaborazione.

Questo libro fa parte della collana Fondanti che ripropone opere ormai fuori commercio, che però hanno avuto grande importanza per la novità dei loro contenuti. Inoltre l’autore ha avuto modo di attualizzare la sua opera, riadattandola ai giorni nostri e aggiungendo anche delle espressioni dialettali, che in passato aveva dovuto eliminare.

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La storia si svolge in Puglia e ha come protagonista Nicola Rubino, prima stagista e poi contrattista a tempo determinato in una fabbrica. Attraverso le vicende di questo ragazzo, Dezio racconta le difficili condizioni dei lavoratori in fabbrica, iniziando dai primi colloqui con la psicologa fino ad arrivare ai veri e propri soprusi che i lavoratori sono costretti a subire pur di conservare il posto di lavoro, precario e malpagato.

Nella lotta per conservare il posto di lavoro, vince sempre chi riesce ad aggraziarsi il capo, mentre chi tenta di ribellarsi, come Nicola, viene licenziato oppure pressato sia durante il lavoro vero e proprio, sia psicologicamente essendo l’unico a cui non viene confermato il contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Perfino il medico, che dovrebbe curarli e proteggerli, è inserito in un contesto malato, dove un’irritazione alla pelle, una tendinite, un’infezione non vengono considerate per quello che sono, ma delegate in secondo piano, come una normalità da dover tollerare.

Non ci sono rotazioni per evitare sempre allo stesso lavoratore turni pesanti e, purtroppo, chi subisce è sempre chi cerca di capirci qualcosa e di ribellarsi ad un sistema che non tutela i diritti dei lavoratori. Perfino i sindacalisti, che spronavano alla ribellione, si sono rivelati indifferenti e soprattutto sottomessi al sistema aziendale, tanto che non sono stati in grado di aiutare Nicola, nel suo momento di maggiore difficoltà.

Leggendo questo libro ho sentito una grande rabbia da parte dell’autore, ma anche tanta rassegnazione ad una condizione che sembra impossibile da cambiare; gli stessi lavoratori farebbero di tutto pur di non perdere il posto, seppur malpagato e girare le spalle al proprio compagno diventa una prassi. Non c’è solidarietà, l’umanità sembra sparire e lasciare il posto all’egoismo.

Il libro è davvero molto scorrevole e le parti dialettali mi sono piaciute; c’è da dire che le ho comprese anche grazie al fatto che conosco delle ragazze pugliesi, ma comunque non hanno rallentato la lettura e hanno conferito un’identità linguistica alla storia.

 

Mariavittoria Molitierno

Crepapelle di Paola Rondini

Questo libro, edito da Intrecci edizioni, tratta del tema delicato della chirurgia plastica e intreccia la storia di due personaggi, il medico chirurgo Giacomo Selvi e la paziente Greta Lensi.

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Giacomo Selvi è il classico chirurgo plastico che vive in un appartamento di lusso, circondato da donne bellissime, spesso ex pazienti, che si divertono con lui; dedito completamente al suo lavoro, sarà sconvolto da un evento apparentemente banale: un vecchio busserà al finestrino della sua macchina e gli consegnerà un foglio con delle parole casuali tra cui spicca la firma “Crepapelle”.

Da quel momento in poi Selvi si sentirà confuso e agitato, tanto da lasciare la sala operatoria poco prima di operare la sua paziente Greta Lensi.

Greta Lensi è una cinquantenne che desidera cambiare vita attraverso un piccolo intervento di plastica facciale in cui ha riposto tutte le sue speranze. Quando il dottore in sala operatoria sparirà, Greta entrerà in un tunnel da cui sembra non avere uscita. Prenderà un treno per Milano e arriverà addirittura a pensare al suicidio.

Tra le due storie verrà raccontata anche quella di Edo, il vecchio che distribuisce fogli ai semafori, molto dolorosa e drammatica.

La storia è pervasa dal caos, sembra che tutti i personaggi non sappiano come risolvere la situazione in cui si trovano e come riannodare i fili.

Questo libro fa molto riflettere perché, in un qualunque momento della nostra vita ordinaria, può capitarci qualcosa che ci manda totalmente nel caos e non assicura che si possa ritornare alla condizione iniziale. Ciò che mi ha colpito di questo romanzo è proprio la sensazione di irrisolto che ti lascia quasi a voler simboleggiare ciò che potrebbe capitare ad ognuno di noi, in un qualsiasi momento della vita.

Federica Molitierno

La mala ora di Gabriel Garcia Márquez

È molto difficile parlare di questo autore perché è uno dei miei preferiti e penso di non essere mai all’altezza e di non riuscire a far comprendere appieno i temi e le atmosfere che pervadono ogni sua opera.

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La piazza desolata, i mandorli addormentati sotto la pioggia, il paese immobile nell’inconsolabile albeggiare d’ottobre gli provocarono un senso di abbandono

Il libro è ambientato in un paese imprecisato, che ricorda il più famoso Macondo, dove i cittadini sono oppressi da un caldo intollerabile e da una pioggia senza fine. Tutti sono in ansia per le “pasquinate”, foglietti affissi ogni giorno in paese dove vengono smascherati segreti, neanche poi tanto segreti, che riguardano i vizi dei cittadini. L’alcalde, simbolo dell’uomo corrotto e del potere oppressivo, aiutato dal giudice Arcadio, cercheranno di scoprire l’autore delle pasquinate ricorrendo anche all’aiuto della veggente Cassandra, instaurando il coprifuoco e organizzando ronde armate per sorprendere il colpevole.

In mezzo a tutta questa vicenda c’è la denuncia del potere oppressivo instaurato dall’alcalde, le morti in carcere che cercano di essere messe a tacere ne sono la testimonianza e la strenua difesa degli ultimi capi dell’opposizione. La situazione nel paese sta precipitando: molte famiglie prendono le loro cose e se ne vanno e l’incombente fetore di una vacca morta pervade tutta l’atmosfera del libro. La questione delle pasquinate resterà avvolta nel mistero e sarà la causa di una morte ingiustificata.

Quel pomeriggio, tuttavia, inconsapevole dell’invisibile ragnatela che il tempo gli andava tessendo tutt’attorno, era bastata un’istantanea esplosione di chiaroveggenza per metterlo in condizioni di chiedersi chi fosse il sottomesso e chi il soggiogatore

Il realismo magico si ritrova anche in questa opera ed è ciò che più mi piace di Márquez; ci ritroviamo in un mondo in cui tutto è velato da mistero e magia e dove tutti i personaggi hanno una forte identità. In più qui si nota nettamente la forte denuncia politica e sociale e la corruzione dei gruppi politici al potere. Un altro piccolo capolavoro di questo grandissimo scrittore di cui consiglio la lettura.

Federica Molitierno

 

 

Intervista a Giacomo Festi

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In Un giorno di ordinario narcisismo quanto c’è di autobiografico?

Deh… la domanda che mi fanno tutti (ride).

Dipende. Credo che non si possa scrivere nulla senza esserci passati in mezzo, quindi sicuramente qualcosa di autobiografico ci sarà. Posso dire che di mio c’è un certo fastidio per le ipocrisie quotidiane, lo sconforto per gli sforzi che non vengono ripagati e il sentirsi sempre sotto giudizio per non essere riuscito a raggiungere certi traguardi, ma per il resto non credo di potermi rispecchiare nel protagonista e nelle sue disavventure. Alla fine, Un giorno di ordinario narcisismo è un libro incentrato sul sentimento della gelosia e, che ci crediate o meno, non sono mai stato geloso di nessuno. Forse perché preferisco concentrarmi su quello che non ho fatto per raggiungere determinati obiettivi, piuttosto che invidiare i successi degli altri.

 

Sicuro?

No, credo di essere geloso di Hugh Jackman. Ma ogni uomo si sentirebbe sminuito vicino a lui, mi sa.

 

Nel libro ci sono moltissimi personaggi, dei quali metti in evidenza il loro narcisismo e i loro difetti. Qualcuno di questi comprimari lo hai realmente conosciuto e inserito nel libro o sono tutto frutto della tua fantasia?

Il mio avvocato mi ha consigliato di dire che sono tutti frutto di fantasia. E avviso che, casomai vogliate farmi la festa, dormo con una mazza da baseball vicino al letto. Uomo avvisato…

Ad ogni modo, i personaggi sono inevitabilmente un poutpourri di tutte le cose che mi è capitato di sentire nel corso degli anni, ovviamente rielaborate ai fini artistici e comici del libro. Non mi sono ispirato a persone in particolare, piuttosto a filosofie di pensiero che, purtroppo, ancora oggi imperversano nella quotidianità, quella delle chiacchiere da bar e del giudizio facile.

 

Il protagonista senza nome, incontrando tutti questi personaggi, risulta un bel po’ infastidito da ognuno di loro e in un certo senso finisce per essere un vero e proprio lamentone. Questa caratterizzazione del protagonista è intenzionale?

Credo che il bello del romanzo sia che nessuno dei personaggi ritratti si salvi, nemmeno il protagonista. Volevo che il suo lamentarsi creasse una sinistra empatia, qualcosa che potesse far rispecchiare in lui qualunque giovane che non se la passa benissimo, specie in un periodo storico come questo, ma lasciare sempre qualcosa di ambiguo in sottofondo, fino alla stoccata finale. Per certi versi credo di esserci riuscito.

 

C’è qualche personaggio del tuo libro che odi particolarmente? E quello che più ami?

Questa domanda è un po’ particolare, perché alla fine ambo i quesiti si riuniscono in una sola risposta.

Se non ho mai provato gelosia per nessuno, non posso dire lo stesso per l’odio. Ho subìto numerosi torti e ho portato molto rancore, ma c’è voluto tanto tempo perché riuscissi ad ampliare lo sguardo e andare più in profondità nella questione.

Non credo esistano persone veramente cattive. Alla fine, siamo tutti spaventati da qualcosa. Da un mondo che ci confonde e dal fatto che non comprendiamo neppure noi stessi. E cos’altro puoi fare se non avere paura? O ti disperi, o soccombi, oppure metti il tuo ego avanti e speri di creare uno specchietto per le allodole. Per persone così alla fine non puoi che provare un’infinita e incommensurata compassione, anche per chi ti ha fatto male. Ecco, la gente mi delude costantemente ogni giorno, ma per qualche strano motivo mi sento attratto dalla debolezza, dalla volubilità e contraddittorietà umana, quindi a mio modo amo tutti i personaggi, anche quelli più negativi. Poi ovvio, c’è chi riesce a essere così con stile.

Poi diciamolo chiaramente, l’odio alla fine è una forma di rispetto ed è meglio preservarlo per chi se lo merita davvero. Inoltre mi toglie troppo tempo per pensare alla persona che più amo in assoluto: me stesso.

 

Per quanto tempo hai lavorato alla stesura di questo romanzo?

È stato tutto molto veloce e spontaneo. Venivo da un periodo molto burrascoso e avevo accantonato la scrittura di un libro molto cupo e impegnativo, quindi avevo deciso di optare per qualcosa di più leggero per rilassarmi. Inizialmente non volevo neppure proporlo a un editore, ma la storia aveva un suo perché e il messaggio finale mi sembrava espresso con chiarezza e decisione.

Poi dopo dieci richieste editoriali non a pagamento mi sono convinto che forse una qualche valenza doveva pur esserci.

 

Quali sono i tuoi traguardi più grandi?

Come autore (non mi definisco ancora scrittore), non aver mollato nonostante le numerose avversità.

Come persona, il riuscire a guardarmi allo specchio ogni mattina.

 

C’è qualcuno che per te si merita di essere un po’ narcisista?

Provo sempre una straordinaria ammirazione per chi sa fare cose belle che io non sono in grado di fare. Da adolescente stimavo chi suonava e fino a un po’ di tempo fa chi sapeva scrivere bene. Ora come ora, direi che la mia stima va a chi ama incondizionatamente.

Loro si meritano di essere narcisisti.

 

In futuro ti manterrai sempre sullo stesso genere, ironico-umoristico, o preferisci spaziare?

Ho scritto cinque romanzi e ho cambiato genere ogni volta. Purtroppo – o per fortuna – non riesco a stare ancorato sempre alle stesse cose, ho bisogno di cambiare per mettermi in gioco e puntare su quelle che sono le mie carenze. A questo giro però le cose possono andare diversamente: mi è piaciuto scrivere di questo personaggio senza nome ed ho già in mente altre storie che possono vederlo protagonista, quindi prima o poi sentirete di nuovo parlare di lui. Forse.

 

Come mai la scelta della copertina? Un tentativo di cavalcare il successo del tormentone di Francesco Gabbani?

Può sembrare, ma l’idea mi era venuta in tempi non sospetti, giuro. Niente Narcisisti’s karma. E tutto per il desiderio di scrivere dei seguiti. Infatti non avevo idea di come creare, anche a livello visivo, un collante che potesse collegare i vari volumi futuri (se mai ci saranno), quando un giorno è venuta l’illuminazione: il protagonista è una metafora dei nostri desideri inespressi e nascosti sotto le nostre convinzioni, quindi cosa c’è di meglio di un quadrumane per esprimere questo concetto?

 

La scimmia nuda quindi balla?

Balla quando è felice. Per il resto… vestita piace, ma nuda convince (ride).

 

Domanda finale: come ti vedi fra dieci anni?

Per come è stata la mia vita credo di essere fortunato ad essere ancora vivo, quindi preferisco non sfidare la sorte. Inoltre non mi piace pontificare il futuro, preferisco valutare i progressi e le conquiste che ho raggiunto.

A sedici anni desideravo pubblicare un libro ed essere felice. Ad oggi, ho pubblicato cinque libri. Meglio che nulla.

Federica Molitierno

Novità dell’estate flower-ed

Il mese di luglio si apre all’insegna di due novità targate flower-ed.

Il primo libro in uscita questo mese è una splendida biografia di Elizabeth von Arnim. Nata dalla penna di Carmela Giustiniani, blogger, appassionata di classici e membro della Elizabeth von Arnim Society, desidera promuovere la figura della scrittrice e portarla all’attenzione dei lettori italiani. Nonostante il successo dei suoi romanzi, infatti, biografie e saggi su di lei sono totalmente assenti nella nostra lingua. O almeno lo erano fino a questo momento: il volume rompe finalmente il silenzio e ci racconta la vita di questa autrice “piccola e bionda” che “aveva una grande vitalità e un’innata gentilezza venata d’ironia”.

Carmela Giustiniani, Chiamatemi Elizabeth. Vita e opere di Elizabeth von Arnim, coll. Windy Moors, vol. 11, flower-ed 2017. Ebook e cartaceo.
In uscita il 14 luglio.

 

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Pubblicato in forma anonima nel 1852, cadde nell’oblio fino ad alcuni mesi fa, quando Zachary Turpin, ricercatore della University of Houston, a seguito di alcune ricerche d’archivio e seguendo gli indizi forniti dai giornali dell’epoca, si è imbattuto nell’unica copia cartacea esistente e – era il febbraio del 2017 – ne ha dato notizia al mondo. Ambientato a New York, è un romanzo dalle atmosfere dickensiane, in cui le vicende di un avvocato corrotto, una giovane indifesa e l’orfano Jack Engle si intrecciano tra ingiustizie sociali e soprusi sui più deboli.

Walt Whitman, Vita e avventure di Jack Engle, trad. Riccardo Mainetti, coll. Five Yards, vol. 6, flower-ed 2017. Ebook e cartaceo.
In uscita il 20 luglio.

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Mentre attendete ansiosi l’uscita di questi due gioiellini, sfogliate tutto il meraviglioso catalogo della flower-ed, troverete tantissime soprese ad aspettarvi.

Mariavittoria Molitierno.

 

 

E come un sogno la vita vola Lettere 1835-1848 Patrick Branwell Brontë

 

Io e mia sorella abbiamo deciso di recensire insieme questo libro perché siamo appassionate delle sorelle Brontë e abbiamo letto quasi tutta la loro bibliografia. Rigraziamo la flower ed  per la collaborazione e per averci inviato questo piccolo gioiellino.

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La vita di Branwell, costellata di lutti, delusioni sia lavorative che sentimentali, debiti di gioco, alcool e droga ha contribuito a fare di questo personaggio il più controverso della famiglia Brontë. Questo, unito a una debolezza caratteriale e a talenti, pittorici e letterari, mal sviluppati, lo ha portato ad un veloce declino.

La pressione che sentiva su di sé sia da parte delle sorelle, destinate a rimanere nubili e senza mezzi di sostentamento, sia da parte del padre, che si aspettava grandi cose dall’unico figlio maschio, hanno acuito ancor di più la sua forte instabilità di carattere.

Sulle spalle di quel ragazzo, diventato uomo senza accorgersene, gravavano troppe aspettative. Non tutti sanno reagire, c’è chi soccombe e chi sopporta, chi affonda e chi emerge, non possiamo biasimare l’uno e lodare l’altro. Si sceglie una strada, nessuno può giudicarne la giustezza.

Non si può parlare di Branwell senza fare riferimento alle sorelle e al loro grande talento letterario. Fin da bambini i fratelli, grazie a dei soldatini con i quali giocavano, avevano sviluppato una grandissima fantasia scrivendo delle storie e interpretandole, creando un ambiente stimolante dal punto di vista culturale. Non bisogna dimenticare che Branwell è stato messo in ombra dal grande talento letterario delle sorelle, che sotto pseudonimi, avevano pubblicato in poco tempo i loro grandi successi.

Nelle prime lettere Branwell scrisse a vari editori, in maniera piuttosto insistente ed arrogante, chiedendo di poter essere assunto. Scrisse anche a grandi poeti, Coleridge e Wordsworth, chiedendo di dare un parere su suoi componimenti. Bisogna dire che ricevette pochissime risposte a queste lettere.

Leggo per la stessa ragione per cui mangio e bevo, perché è un desiderio naturale. Ho scritto per lo stesso principio di cui si parla, per impulso e sentimento, non potevo farne a meno, perché ciò scaturisce dal mio essere.

Ha fatto vari lavoretti tutti per breve tempo, nessuno dei quali lo soddisfaceva, finchè fu assunto come istitutore della famiglia Robinson, dove lavorava anche Anne, a Thorpe Green; quel momento fu l’inizio della fine. Qui si sarebbe innamorato della signora Robinson, di 17 anni più grande, che non è ben chiaro se lo contraccambiasse o meno. Fatto sta che dopo la morte del marito di quest’ultima, Branwell si aspettava di poterla sposare e di godere dei suoi soldi. Dopo questi fatti non si riprenderà più, arrivando alla morte giovanissimo.

Cosa farò non lo so- sono duro a morire e troppo miserabile per vivere. La mia miseria non è un castello per aria, ma una dura realtà; il mio coraggio giace nel vigore corporale, ma , caro Signore, la mia mente vede solo un orribile futuro al quale desidero apprestarmi come un martire al palo.

Abbiamo sempre pensato a Branwell come ad un peso per le sorelle e la famiglia, poiché spesso era oberato di debiti e spendeva i soldi che guadagnava in alcool. Questo libro ha riabilitato la memoria di un giovane sempre attaccato dalla critica, la quale non ha mai studiato approfonditamente il suo carattere, molto debole e sensibile. È molto triste vedere che Branwell non sia mai riuscito ad ottenere un impiego consono alle sue doti letterarie. In lui non c’è mai stato quello scatto che gli permettesse di terminare un’opera e di farla pubblicare. Sarebbe stato bello avere accanto a Jane Eyre, Cime Tempestose e Agnes Grey, in uno scaffale polveroso, un’opera di Patrick e sfogliarla cercando di rivivere le emozioni dei fratelli, ancora inconsapevoli dei dolori e lutti che avrebbero dovuto patire.

 Erano quattro spiriti uniti, quattro genii, come si definirono nelle loro storie fantastiche.

Federica e Mariavittoria Molitierno

Avevamo ragione noi- Storie di ragazzi a Genova 2001 di Domenico Mungo

Il libro che sto per recensire è Avevamo ragione noi- Storie di ragazzi a Genova 2001 di Domenico Mungo edito da Eris edizioni, che gentilmente ci ha concesso una copia per una collaborazione.

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Avevamo ragione noi è un libro molto intenso che racconta i fatti avvenuti nel luglio 2001 durante il G8 di Genova. Attraverso alcuni brani, a volte basati su testimonianze vere, l’autore ci narra l’orrore di quei giorni nella scuola Diaz, nel carcere di Bolzaneto e in Piazza Alimonda dove trovò la morte il ventitreenne Carlo Giuliani. Nel primo capitolo intitolato “Premiata macelleria Diaz” si percepisce la sete di violenza di quei poliziotti, entrati lì con l’unico scopo di picchiare senza sosta, di torturare per farla pagare a ragazzi innocenti che erano andati lì per manifestare in maniera pacifica e che si trovavano quasi tutti già nei sacchi a pelo oppure a fare la fila per il bagno, preparandosi per la notte.

“Vi ammazziamo tutti! Comunisti e anarchici di merda! Vi ammazziamo tutti! Terroristi di merda”! Puzzate schifosi, puzzate come bestie da macero”. Polmoni perforati dalle loro stesse costole spezzate come fiammiferi di peltro. Milze spappolate. Denti che volano in aria o mordono la pietra. Teste spaccate che penzolano. Il pavimento di pietra con le mattonelle a chiazze si ingombra di sangue rappreso, grumi di cervello che escono dal naso. È una scuola. Sembra un mattatoio. È una palestra. Sembra un inferno dantesco. È un laboratorio. Sembra un obitorio di vivi. È una latrina. Qualcuno ci ficca la testa di altri con forza e violenza fino a farla rimbalzare sul termosifone di ferro battuto. Nel lavandino un rivolo di sangue gorgheggia e scompare.

Imperterriti hanno continuato ai piani superiori, solo preoccupati di soddisfare la loro sete di sangue e vendetta per quello che era successo nei giorni precedenti sulle strade di Genova.

Ancora viene riportata la testimonianza di un’infermiera che si trovava in un’unità di soccorso all’interno di una caserma e che dopo sei anni ancora non riesce a dimenticare nulla di quello che vide in quei giorni.

“Quando sei nelle loro mani sei finito. Dico nelle mani dei poliziotti. Saltano tutte le regole. Basta dire che un manifestante li ha insultati. Basta dire che ha cercato di fuggire. Che loro l’hanno preso. Che c’è stata una colluttazione. Che è scivolato dalle scale. Che si è fracassato la testa! Non c’è nulla da fare. In piedi due giorni. Le mani in alto. La testa contro il muro. Ogni tanto gliela sbattevano proprio contro il muro. […] Ma di tutto questo non si verrà mai a sapere niente. Forse. O forse si è già detto tutto ma sembra essere stato dimenticato. Nell’oblio della democrazia che tutto fa dire, tutto fa fare e nulla riesce a mutare”. […]. Mi chiedo che cosa sarebbe successo se noi medici e infermieri non fossimo stati presenti. Non dimenticherò mai. Le cose che sono successe non sono niente rispetto alle parole che ho sentito”.

Inoltre tutti i poliziotti e i carabinieri erano stati pesantemente messi in guardia contro quello che avrebbero fatto i manifestanti contro di loro, addirittura si era detto che gli avrebbero lanciato contro del sangue infetto o che li avrebbero presi in ostaggio e usato come scudi umani o che avrebbero lanciato palloncini gonfi di escrementi e soluzioni virali. Insomma tra gli sbirri ci sarebbe scappato il morto.

Oltre ai manifestanti, un’altra categoria presa di mira fu quella dei giornalisti. In particolare, nel libro, si parla di un giornalista che è stato ammanettato due volte, sia dai carabinieri che dalla polizia poiché non sapevano a chi spettasse il suo arresto. Inoltre fu trascinato a terra e quando tentava di alzare le mani, per dimostrare che era lì pacificamente solo per documentare, lo massacravano di botte. Dopo essere stato frettolosamente medicato all’ospedale, è stato portato in caserma dove, durante una lunga ed estenuante attesa, veniva preso a calci e pugni. È stato arrestato per violenza e resistenza al pubblico ufficiale, accusa totalmente infondata, tanto che non ha firmato i verbali, dopodichè ha denunciato quello che è successo.

Oltre agli orrori appena raccontati, una delle cose più gravi successe durante quei giorni e in particolare nel pomeriggio del 20 luglio 2001, fu l’assassinio da parte di un carabiniere, di Carlo Giuliani. Carlo si trovava in piazza Alimonda e circondò, insieme ad un folto numero di manifestanti, un Defender con tre carabinieri all’interno, impauriti fino all’osso e per niente preparati ad affrontare una manifestazione. Carlo, con un passamontagna, una canottiera bianca e un nastro di scotch intorno al braccio, aveva imbracciato un estintore e stava per lanciarlo contro i carabinieri, quando uno di loro Placanica, gli punta una pistola in faccia e gli spara. Lo uccide senza pietà, perfettamente consapevole di quello che stava facendo. E addirittura si cerca di dare la colpa dell’omicidio ad un manifestante che avrebbe lanciato una pietra contro Carlo!

“Così ora Carlo vola via. Ma nella piazza dove si urla e si piange, intorno a lui si agitano decine di insetti impazziti, si chiudono a testuggine i complici del casuale assassinio, quasi come a occultare la vergogna, per autoconvincersi e convincere che non è vero, bastonando con spaurita violenza chi lì attorno vuole vedere, documentare, testimoniare […]. Diranno i servi dell’informazione pulita che Carlo era un violento, un disadattato, un tossico”.

ll libro ha una stile molto particolare, sembra quasi scritto come una poesia. Le frasi spezzate, crude, brevi le ho trovate molto adatte allo scopo di descrivere situazioni così dense di violenza; frasi ad effetto come un pugno nello stomaco, frasi ironiche ma l’ironia è amara. Durante la lettura del libro ho avuto la sensazione di essere catapultata in Piazza Alimonda e di essere lì mentre Carlo moriva, ho sentito la rabbia e l’impotenza delle vittime delle torture, la rassegnazione di chi sapeva di non essere in grado di combattere con il potere di coloro che li tenevano in pugno, neanche fossero pupazzi da strapazzare a loro piacimento. L’autore mi ha trascinato da una parte e dall’altra con la frenesia di chi vuole raccontare ciò che ha visto e sentito, di chi non vuole che niente di tutto questo venga dimenticato. Molto belle ed evocative anche le illustrazioni di Paolo Castaldi e il fatto che ogni capitolo corrispondesse al titolo di una canzone quasi come se il libro fosse anche una compilation.

Ogni volta che leggo articoli o libri su quello che è successo durante il G8 di Genova nel 2001, mi chiedo sempre come sia possibile che possa essere avvenuta una cosa così orribile; resto sempre un po’ sorpresa come se non volessi crederci. Eppure è successa, ed è stata una carneficina, una macelleria, come Domenico Mungo la definisce. Non solo violenze fisiche, ma soprattutto psicologiche sono state perpetrate, “gravi violazioni dei diritti umani” afferma Amnesty International. Ma la cosa più grave è che in Italia non c’era, e purtroppo ancora non c’è, il reato di tortura quindi i poliziotti e i carabinieri sono stati condannati per abuso d’ufficio con una pena molto minore di quella che meritavano. Tra l’altro c’è stata pochissima collaborazione da parte della polizia tanto che spesso non si sono riusciti ad indentificare gli autori materiali del maltrattamenti.

Insomma ci sono ancora tante cose da chiarire, ma è importante parlarne e ricordare sempre ciò che è successo e ringrazio Domenico Mungo per averlo fatto.

-Mariavittoria Molitierno

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