Wrap up di ottobre e novembre 2017

Cari lettori, eccoci ritornati al nostro appuntamento mensile con il wrap up ☺. Questa volta ho deciso di farlo dei mesi di ottobre e novembre insieme poiché sono riuscita a leggere davvero poco; infatti i libri sono solo cinque, due dei quali letti per il gruppo di lettura della pagina, ovvero Frankenstein di Mary Shelley e Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Ma procediamo con ordine.

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Il primo libro letto nel mese di ottobre è stato Lombra di Edward Carey edito da Bompiani. Purtroppo è stato l’ultimo della trilogia che riguarda la famiglia degli Iremonger e mi è dispiaciuto tanto perché tutti e tre i libri sono bellissimi e originali. Qui troverete il link della recensione fatta sul blog.

Frankenstein di Mary Shelley, che io ho letto nell’edizione Bur Rizzoli, è stata per me una rilettura, che ha confermato la mia opinione positiva sul romanzo. Sulla trama di Frankenstein non mi dilungo perché è molto famosa e anche chi non ha letto il libro ha sicuramente visto una delle tante trasposizioni cinematografiche (io ad esempio non ne ho visto nessuna, ma devo recuperare assolutamente). Il libro è ricco di spunti di riflessione, c’è la lotta tra la scienza e l’etica, tra la mortalità e l’immortalità; cosa è disposto a fare un uomo pur di sconfiggere la morte? Fin dove riesce a spingersi pur di raggiungere il suo scopo? Frankenstein ci mostra che l’uomo si spinge fin troppo oltre e si rende conto del suo errore solo quando è ormai troppo tardi. Credo sia una lettura fondamentale e la consiglio sperando che possa piacervi quanto è piaciuta a me.

Il terzo libro che ho letto ad ottobre è stato Stoner di John Williams edito dalla Fazi Editore. Aspettava da un bel po’ in libreria e viste le recensioni molto positive ho deciso finalmente di leggerlo anche io; devo dire che ho preso una giusta decisione. Il libro mi è piaciuto davvero tanto, non solo per la trama che è perfetta nella sua semplicità, ma anche nello stile di scrittura, così intimo e introspettivo che facilmente riesce a toccare le corde dell’anima del lettore. La vita di Stoner è una vita semplice fatta di alti e bassi, si parla di amore, morte, dolore e, anche se non mi trovo d’accordo con la passività con cui il protagonista vive la sua vita, non ho potuto fare a meno di immedesimarmi in alcune sue riflessioni. È un libro che non può non piacere a mio avviso, quindi non posso far altro che consigliarvi di assaporarlo lentamente.

Nel mese di novembre, invece, ho letto Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino nella nuova edizione della Mondadori. Io adoro Calvino e ho amato follemente Se una notte d’inverno un viaggiatore e Gli amori difficili; anche la trilogia araldica mi ha affascinato ed avrei voglia di rileggerla. La stessa cosa non posso dire per Il sentiero dei nidi di ragno; sicuramente si riconosce la maestria dello stile dello scrittore, ma mi aspettavo di più da un libro che ha come argomento la Resistenza. Nella prefazione al libro, scritta dallo stesso Calvino, ho trovato delle spiegazioni che mi sono servite per comprendere il libro più a fondo e per certi versi ho compreso il significato di alcune delle sue scelte; nonostante questo, però, non mi sono appassionata al libro purtroppo. Leggerò di sicuro altre sue opere e spero di ritrovare il Calvino di sempre.

Il morbo di Haggard

L’altro libro letto nel mese di novembre è stato Il morbo di Haggard di Patrick McGrath edito da Adelphi edizioni. Dello stesso scrittore avevo già letto Follia, che mi piacque tantissimo, tanto che ho voluto approfondire la sua bibliografia proprio con questo gioiellino. Non mi ha colpito come Follia, ma mi ha invogliato a leggere altro di McGrath, quindi direi che ha colpito nel segno :D. Con la bookaniera Irene, che lo ha letto con me, ho fatto una recensione che troverete al seguente link ☺. Buona lettura e a presto con il prossimo wrap up.

Mariavittoria Molitierno

 

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Nuvole di fango di Inge Schilperoord

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Nuvole di fango di Inge Schilperoord edito da Fazi Editore è una lettura straziante, dolorosa, che toglie ma allo stesso tempo dà. Ci rende empatici nei confronti del protagonista, Jonathan, con il quale affrontiamo per tutto il romanzo, il male che lo attanaglia.

Jonathan infatti è trentenne attratto dalle bambine che, dopo un periodo trascorso in carcere, ritorna a casa, da sua madre, una donna sola in un piccolo villaggio di pescatori, ormai quasi svuotato e desolato.  Jonathan cerca un equilibrio, una stabilità che rimargini il suo grande senso di colpa e faccia di se stesso un uomo migliore e controllato.

“Tu fai dei pensieri ma non sei quei pensieri.”

Jonathan si considera un uomo buono, dedito agli altri, alla cura della madre  e della casa, e quando conoscerà Elke, bambina sola e con una situazione difficile, subito in lui si presenterà l’istinto di proteggerla.

Jonathan è un uomo solo, lontano dagli altri con cui non vuole e non riesce ad instaurare un rapporto duraturo, una sorta di “meccanismo di difesa” il suo che lo porta ad isolarsi e a preferire di gran lunga la natura. Natura che insieme a lui, è protagonista di questa storia.

Quello che lo circonda cambia con lui, quella stessa natura è un rifugio ma anche un luogo soffocante, come il caldo che lo attanaglia ogni giorno, in ogni momento e sembra quasi lo voglia portare verso la follia.

La scrittura della Schilperoord, infatti,  cresce e si modifica con il mutare delle sensazioni di Jonathan. Ci dona un senso di oppressione, di controllo, poi di smarrimento, in un incalzarsi del ritmo sempre più serrato. Le parole, la struttura delle frasi, brevi e concise, seguono la storia, seguono la mente del protagonista in ogni sua azione. Siamo costantemente con Jonathan, con la sua lotta interiore, con i suoi esercizi psicologici con i quali cerca di arginare i pensieri, le pulsioni.

Jonathan appare fin da subito profondamente distrutto per ciò che lo ha portato ad essere incarcerato e per questo segue una sorta di terapia fai da te che gli impone di svolgere degli esercizi di rilassamento e consapevolezza. Cerca di domarsi imponendosi controllo, un controllo così serrato che lo costringe a crearsi una tabella con orari e mansioni da eseguire con precisione. E l’autrice è sublime nel renderci quest’ossessione maniacale attraverso il linguaggio, la punteggiatura, gli spazi.

Jonathan cerca redenzione per quella parte di sé che non è lui, che non è ciò che lui si sente di essere, una parte quasi fuori da sé, così lontana da quello che è sempre stato. Redenzione e perfezione per un uomo che sa di sbagliare e per questo è trafitto da una lotta interiore dolorosa e costante.

Una volta tornato nella sua vecchia casa, Jonathan può occuparsi nuovamente di sua madre, una donna che ormai lascia trascorrere la sua vita tra un bicchiere di vino, la televisione e le carte, una donna che vede il tumulto di suo figlio e spera di poterlo aiutare con la preghiera, con Dio. Il rapporto tra i due ci appare conflittuale: entrambi sanno ma non lo affrontano, si chiudono in loro stessi, consapevoli della loro sofferenza personale, del loro vuoto. Sanno ma non ne parlano e tacitamente il loro accordo porta avanti una situazione stagnante, falsa, oppressiva e in perenne tensione. La madre non conosce il modo per avvicinarsi a suo figlio e suo figlio non sa come rompere quelle barriere per aprirsi a sua madre. Ho avuto a primo impatto, la sensazione di un affetto sincero ma basato su comportamenti recitati, falsati dalla sofferenza silenziosa e dalla rassegnazione. Un rapporto in cui Jonathan vuole dare molto ma di cui ne è anche infastidito, in quella che è la sua personalità duale, ciò che è e ciò che è fuori da sé.

E così il protagonista si rifugia assieme al suo cane, Milk, nella natura, dove incontrerà la tinca rossa posta sulla copertina del romanzo, quella tinca che per il caldo si nasconde sotto il fango, creando delle piccole nuvole. Nuvole di fango del pesce e di Jonathan che decide di prendersi cura dell’animale e di portarlo nel suo acquario. Un pesce con il quale si forma un invisibile cordone ombelicale, Jonathan si rivede in lui e se ne occupa come se si stesse occupando di se stesso e della sua stabilità. La tinca è lui che si nasconde e vorrebbe non emergere.

Proprio quegli animali che per lui sono così importanti, saranno il motivo della vicinanza di Elke, una bambina di nove, dieci anni, sola, bloccata in una situazione più grande di lei. Elke vedrà in Jonathan un’ancora di salvezza, qualcuno con cui parlare, con cui poter condividere i suoi problemi.  Jonathan troverà in Elke un’altra possibilità di prendersi cura di qualcuno, perché lui sente il peso di dover rimediare, di dover dedicarsi al prossimo, di dover sviluppare un’empatia, una vicinanza. Ma Elke ovviamente sarà per lui anche moto interiore, tempesta. In un susseguirsi incalzante di attimi, pensieri, vedremo come pian piano Jonathan prenderà più consapevolezza di ciò che è e di quello che può fare.

Un libro non tanto denso di fatti narrativi quanto di riflessioni, struggimenti emotivi e psicologici, sofferenza e vortici di pensieri. Ci renderemo conto come sia difficile nascondere chi siamo, i nostri istinti, le nostre profonde pulsioni e quanto sia complicato distinguerci dall’essere quegli animali e trasformarci in uomini razionali.

Un romanzo d’esordio così sconvolgente da togliere il fiato ma così bello che è impossibile non amarlo. Assolutamente da leggere.

Ilaria Amoruso

La natura dell’amore – John Burnside

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Credits: @gatsby_books (instagram)

Tutte le donne che conobbi in vita mia sono Christina.[…] Erano tutte forme di Christina.

Si dice che l’abito non faccia il monaco e che le copertine non facciano il libro, ma è anche vero che spesso le copertine rappresentano il biglietto da visita della loro storia e questa de “la natura dell’amore” fa promesse meravigliose. Solo da una cosa forse sono stata tradita: la scritta “Romanzo”. Credo che sia una dicitura abbastanza fuorviante in quanto, secondo me, è sbagliato etichettare questo libro e racchiuderlo in questo genere. “La natura dell’amore” è un romanzo-memoir sulla vita dell’autore, delle sue esperienze, delle donne – amanti e non – che ne hanno fatto parte; ma è anche un saggio in quanto i capitoli del libro sono intramezzati da digressioni dove l’autore parla di tutto: filosofia, sociologia, musica, arte. Ogni digressione è inserita ah hoc e trova riscontro nel testo e nella narrazione. Insomma, ogni digressione ha un suo perché.

È complicato parlare di questo libro, proprio perché non è un romanzo d’amore, ma un romanzo sull’amore, che parla di esso senza inscatolarlo in definizioni e cliché convenzionali, senza delinearlo, e producendo così maggiore fascino.

In realtà, devo fare però una confessione, “la natura dell’amore”  non mi ha preso fin da subito e anche alla fine ho avvertito un senso di vuoto – e ora? Cosa mi rimane? –  Solo in seguito, dopo averci riflettuto, ne ho avvertito la potenza. Cosa c’è di meglio di un autore che con uno stile sinuoso, ma essenziale, attraverso una specie di studio e un’indagine sulla natura dell’attrazione, ripercorre coraggiosamente la propria esistenza, mettendo a nudo i suoi pensieri più intimi (e per nulla banali)?
Il libro è pregno infatti della sua personalità, ma a volte lascia intenzionalmente (a mio parere) delle zone d’ombra: un pensiero, un’opinione o una sensazione che non si riescono a capire in pieno, come se capirlo non facesse parte dell’intento dell’autore. Nonostante Burnside si metta a nudo davanti ai suoi lettori, ci sono certe cose “intime”, certi pensieri contorti, nei quali non ci vuole far entrare. Riesce in questo modo a preservare per tutto il libro un certo alone misterioso e affascinante.

Per tutta la vita Burnside, creatura intrappolata dalle convenzioni e dalla società,  è fuggito da tutto ciò che ha desiderato più ardentemente e questo libro tenta di spiegarci il perché. L’autore è un fuggiasco dell’amore e ci regala la sua versione perturbante e la sua tesi saggia e a volte cupa su di esso.
Lo consiglio a chi ha voglia di riflettere e di uscire un po’ fuori dagli schemi.

Il mio rifiuto non era – o non era soltanto – un sintomo di ordinaria paura, una perversione freudiana o l’azione del senso di colpa cattolico, e neppure il vecchio stereotipo madonna – puttana, ma piuttosto una specie di complimento e più precisamente un altissimo complimento. Perché era come riconoscere fin dal principio che le alternative offerte dal mondo esterno, a noi in particolare in quella circostanza, non erano alla nostra altezza, e io non avrei sopportato di contribuire a una discesa negli inferi del convenzionale che avrebbe visto uno di noi due ripetere, dopo qualche bicchiere di troppo, la vecchia definizione di Ambrose Bierce, l’amore è una malattia temporanea curabile con il matrimonio.

TITOLO: La natura dell’amore20120303_bkp514
AUTORE: John Burnside
CASA EDITRICE: Fazi Editore
NUMERO DI PAGINE: 300
PREZZO: 17,50€

~Patrizia

Discussione su La figlia femmina di Anna Giurickovic Dato

Dopo aver letto La figlia femmina di Anna Giurickovic Dato, edito da Fazi Editore, alcune di noi hanno deciso di parlarne assieme. Ne è scaturita una discussione di cui vi renderemo partecipi.

Federica: Parliamo di Maria: credete che il suo comportamento sia verosimile o è troppo romanzato?

Giovanna: Io credo sia credibile, perché immagino che subire una violenza possa avere delle conseguenze terribili a lungo andare, deviando completamente qualcuno.

Irene: Per quanto riguarda il personaggio di Maria, credo che non possa trattarsi di una cosa troppo romanzata perché subire quel tipo di violenza fa scattare meccanismi assurdi che causano problemi psico-fisici.

Mariavittoria: Secondo me è verosimile quando viene descritta da bambina, ma la sera della cena non mi sembra affatto verosimile, piuttosto mi sembra che Silvia veda qualcosa che non esiste perché si lascia condizionare!

Linda: Secondo me non è poi così romanzato. Quando l’ho finito, mi sono chiesta come fosse possibile che una bambina che subisce queste violenze si comporti in quel modo da adulta. Però, pensandoci, lei conosce solo quel modo di relazionarsi e si vede che non lo fa con malizia ma per gioco.

Federica: Secondo me il comportamento di Maria, dopo tutto quello che ha subito, risulta un po’ poco verosimile, soprattutto con Antonio. Gli atteggiamenti lascivi sono assolutamente verosimili ma con Antonio secondo me no.

Giovanna: Io, invece, ho visto molta malizia. Nel suo modo di comportarsi con Antonio, lei vuole sedurlo, perché quello è l’unico modo di relazionarsi agli uomini che conosce.

Irene: Io ho trovato poco verosimile l’atteggiamento di Antonio perché viene descritto quasi come un burattino.

Mariavittoria: Anche io! La malizia c’è.

Giovanna: Davanti alla sua compagna, comportarsi così con una ragazzina è riprovevole.

Mariavittoria: Secondo me Silvia non era troppo in sé e alcune cose sono frutto della sua immaginazione.

Irene: Infatti, alcuni passaggi sembrano esasperati dalla sua testa.

Giovanna: Difficile capire cosa stia accadendo e cosa Silvia si stia immaginando.

Mariavittoria: Maria è vittima di una violenza atroce e viene descritta come una poco di buono.

Federica: Silvia è imperdonabile, non sembra proprio una madre.

Giovanna: È vittima della mentalità gretta che purtroppo esiste ancora. E mi spaventa pensare che se mi succedesse qualcosa di simile qualcuno potrebbe pensare che sia mia la responsabilità.

Mariavittoria: Silvia è il personaggio meglio caratterizzato, ma il peggiore.

Federica: Si, infatti la donna vittima di violenza viene quasi incolpata di essere consenziente. Continua a leggere