Novità in uscita: maggio 2018

Bentornati al consueto appuntamento sulle nuove uscite mensili. Di seguito i libri che mi interessano di più.

0x300Aspettando i naufraghi di Orso Tosco
Minimum Fax

Tra i partecipanti a una festa sfrenata che si conclude con un suicidio collettivo, Massimo è l’unico a non premere il grilletto. Eppure la fine è vicina, per tutti. La guerra incombe, e i Naufraghi stanno arrivando. In pochi mesi, quello che inizialmente sembrava soltanto un gruppetto di invasati è cresciuto in modo inarrestabile, tanto da sovvertire l’intero ordine globale. L’unica caratteristica che lega i suoi componenti è l’abbandono di ogni comunicazione verbale. I Naufraghi si esprimono mediante le loro azioni, azioni che sono violente, distruttive, definitive. Per uccidersi o farsi ammazzare, un posto vale l’altro, Massimo lo sa bene. Ma all’ultimo momento decide di trascorrere il poco tempo che gli rimane con Piero, suo padre, confinato all’Hospice San Giuda, un sanatorio incastonato tra le valli di un entroterra che somiglia molto a quello ligure. Massimo non è mai riuscito ad accettare la malattia del padre, ma ora, sentendosi ugualmente spacciato, è lui ad avere bisogno della sua presenza. Un analogo cambio di prospettiva consentirà anche agli altri abitanti dell’Hospice di resistere al peso della disperazione. Che si tratti del Dottor Malandra, timido chirurgo morfinomane; di Guido, infermiere, alcolista, ultras; di Olga, suora in lotta contro la felicità e contro il proprio passato, tutti comprenderanno l’ultima, possibile verità: che ci può essere speranza senza speranza.
Con uno stile potente e attraverso continui sconfinamenti nel fantastico, Orso Tosco riesce a darci una rappresentazione quanto mai reale delle motivazioni segrete che ci spingono a vivere, fino all’ultimo respiro. E, forse, persino dopo.

Le fedeltà invisibili di Delphine De Vigan
Einaudi

978880623852GRA.jpgCosa succede se le fragilità dei genitori ricadono sulla vita dei figli? Come può un bambino non restare fedele all’amore per la madre e il padre, malgrado ogni errore, malgrado ogni mancanza? E quando una situazione famigliare complicata rischia di esplodere e diventare un dramma? Théo ha dodici anni e i suoi genitori sono separati. Nella madre brucia un rancore cieco per l’ex marito e non fa che denigrarlo di fronte al figlio. Il padre è un uomo distrutto; lasciato dalla nuova compagna ha perso il lavoro, si è lasciato andare e vive in uno stato di abbandono. Mathis è l’unico amico di Théo. Insieme iniziano a bere di nascosto superalcolici durante le ore di scuola. Cécile è la madre di Mathis, è preoccupata dell’amicizia di suo figlio con quel bambino pieno di problemi – ma ancora di più è sconvolta dallo scoprire che suo marito di notte, su internet, dà sfogo ai suoi demoni di rancore e di rabbia. Hélène è l’insegnante di scienze di Théo e Mathis, il suo passato è segnato in modo indelebile dalle violenze paterne, che l’hanno portata a non poter avere figli. È lei la prima ad accorgersi dei problemi di Théo e a cercare di avvisare la scuola e la famiglia, ma nessuno la prende sul serio: agli occhi di tutti sembra solo che abbia maturato una malsana ossessione per quei due ragazzini. Le fedeltà invisibili è un romanzo di una tensione e di una forza devastanti, che incalza e lascia con il fiato in gola come un thriller ma tocca le corde profonde e segrete che legano genitori e figli, insegnanti e studenti, adulti e adolescenti.

La treccia di Laetitia Colombani
Editrice Nord

_la-treccia-1520982079.jpgA un primo sguardo, niente unisce Smita, Giulia e Sarah. Smita vive in un villaggio indiano, incatenata alla sua condizione d’intoccabile. Giulia abita a Palermo e lavora per il padre, proprietario di uno storico laboratorio in cui si realizzano parrucche con capelli veri. Sarah è un avvocato di Montréal che ha sacrificato affetti e sogni sull’altare della carriera.
Eppure queste tre donne condividono lo stesso coraggio. Per Smita, coraggio significa lasciare tutto e fuggire con la figlia, alla ricerca di un futuro migliore. Per Giulia, coraggio significa rendersi conto che l’azienda di famiglia è sull’orlo del fallimento e tentare l’impossibile per salvarla. Per Sarah, coraggio significa guardare negli occhi il medico e non crollare quando sente la parola «cancro». Tutte e tre dovranno spezzare le catene delle tradizioni e dei pregiudizi; percorrere nuove strade là dove sembra non ce ne sia nessuna; capire per cosa valga davvero la pena lottare. Smita, Giulia e Sarah non s’incontreranno mai, però i loro destini, come ciocche di capelli, s’intrecceranno e ognuna trarrà forza dall’altra. Un legame tanto sottile quanto tenace, un filo di orgoglio, fiducia e speranza che cambierà per sempre la loro esistenza.

Macerie prime sei mesi dopo di Zerocalcare
Bao Publishing

libro-maggio3-408x600.jpgA novembre 2017 è uscito il fumetto Macerie prime, con la prima metà di una storia cui Zerocalcare tiene particolarmente. Ora, sei mesi dopo, esce la conclusione. Nasce il figlio di Cinghiale. Gli amici si riavvicinano. Niente è più come prima. Il senso di precarietà sociale del suo cast sembra assoluto, i rapporti amicali si lacerano, le tenebre avanzano. Piccoli pezzi di ciascuno vengono perduti, rubati, cambiano gli equilibri. E l’armadillo è sempre latitante. Se una soluzione esiste, in cosa consisterà?

 

 

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Vergogna di J.M. Coetzee

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Vergogna di Coetzee, edito da Einaudi, era lì sullo scaffale che mi guardava insistentemente e che aspettavo di leggere con ansia. Le aspettative non sono state deluse perché credo che sia un capolavoro. Ciò che non mi aspettavo invece, è il senso di spiazzamento che ho provato in alcuni punti del libro. Siamo in Sudafrica, il protagonista è David Lurie, professore di Scienze della comunicazione alla Cape Town University, con due divorzi alle spalle, e un desiderio di amare molto forte e istintivo. Dopo una relazione con una studentessa, viene accusato di stupro da quest’ultima e costretto a lasciare l’università, dopo essersi dichiarato colpevole di tutte le accuse senza cercare di difendersi.

Dopo questo episodio si trasferisce dalla figlia Lucy, che vive nella parte orientale di Città del Capo in una fattoria dove si occupa di cani, orto e di vendere al mercato verdura e fiori. Conduce uno stile di vita molto diverso da quello del padre ma soprattutto ricca di pericoli, poiché sono in agguato scontri tra bianchi e neri del Sudafrica. Lucy e David saranno vittime di una brutale aggressione carica di conseguenze soprattutto per Lucy. In campagna dalla figlia, David imparerà ad affezionarsi agli animali e, con Bev Shaw, li aiuterà negli ultimi istanti della loro vita.

C’era qualcosa di ignobile e disperante in quello spettacolo. Si può punire un cane perché si è mangiato una pantofola. In questo caso accetta la punizione: botte in cambio della soddisfazione di masticarsi la pantofola. Ma il desiderio è tutt’altra storia. Nessun animale può considerare giusta una punizione perché ha seguito i suoi istinti.

Questo libro mi ha davvero spiazzato perché tratta, con uno stile scarno ed essenziali, temi molto delicati e dolorosi, primo fra tutti lo stupro. Con questo deve fare i conti David, che paragona il suo desiderio a quello istintivo degli animali e che non cerca assolutamente di giustificare le sue azioni. Altre scene crude riguardano gli animali; alcuni, molto malati, vengono aiutati a morire da Bew Shaw, con un’iniezione letale; altri vengono uccisi gratuitamente con tanto di sangue e cervella sparsi per terra. L’episodio dell’aggressione mi ha davvero sconvolto soprattutto perché Lucy cercherà di giustificarla. Si tratta di una manifestazione di potenza dei neri del territorio, ragion per cui Lucy non vivrà mai al sicuro in quella fattoria senza la giusta protezione. David, quando il rapporto con la figlia sembra non volersi risolvere e senza lavoro, cercherà conforto nello scrivere un’opera su Byron e Teresa e il loro soggiorno in Italia.

Una lettura consigliatissima da affrontare al momento giusto.

Federica Molitierno

Le otto montagne di Paolo Cognetti

“Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia. Saliva senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, e dove il sentiero gli pareva lungo tagliava per la linea di massima pendenza. Con lui era vietato fermarsi, vietato lamentarsi per la fame o la fatica o il freddo, ma si poteva cantare una bella canzone, specie sotto il temporale o nella nebbia fitta. E lanciare ululati buttandosi giù per i nevai.”

Così si apre il racconto raffinato e suggestivo di Cognetti; racconto che attraverso lo sguardo esperto dell’autore, ci fa immergere nel mondo ovattato ma allo stesso tempo duro e aspro della montagna. Lo stile asciutto, diretto ma d’impatto poiché preciso, è la cifra giusta per narrare di un universo fatto di sacrificio, solitudine, intimità e meditazione.

Pietro, protagonista della storia, imparerà grazie al padre, chimico, lavoratore impeccabile, sposato con una donna che condivide con lui questa grande passione per la natura, ad amare la montagna. La conoscerà per aver fatto innamorare i suoi genitori, per aver dato conforto al padre stremato dalla vita di città e anche per avergli fatto scoprire il significato della parola amicizia.

Sì, perché la storia di Pietro si intreccerà presto a quella di Bruno. Un rapporto fatto di silenzi, conversazioni interrotte, parole sospese; un legame che supererà le loro differenze.

Da un lato un giovane ragazzino di città e dall’altro uno di montagna, che conosce la fatica, il lavoro e la crudeltà della natura, costretto a crescere in fretta e a responsabilizzarsi.

Nonostante i lunghi periodi di distanza, ogni volta che i due avranno modo di incontrarsi a Grana, paesino ai piedi del Monte Rosa dove la famiglia di Pietro riuscirà a trovare la pace necessaria, stando lontani dalla vita caotica della città, sembrerà non essere passato un solo giorno.

“Bruno aspettava quel giorno con la mia stessa trepidazione. Solo che io andavo e venivo, lui restava.(…)

Ed era vero: gli ultimi mesi venivano cancellati di colpo, e la nostra amicizia sembrava vivere un’unica infinita estate.”

Esploreranno i luoghi selvaggi e saranno testimoni di quello che è il rapporto uomo-uomo, molto spesso poco raccontato ed estremamente delicato da analizzare. Senza bisogno delle parole saranno legati indissolubilmente per la vita. 

Ma il racconto è permeato anche dalla consapevolezza, data dal passare degli anni, che quel microsistema brutale, legato a filo doppio ai ritmi della natura, così incostante e a volte malevola, si sta perdendo.

La malinconia e il ricordo di ciò che è stato, saranno temi portanti della narrazione; inizialmente il desiderio incontenibile dei genitori di perdersi per i sentieri nevosi e ghiacciati delle Alpi, poi la necessità del figlio di ritrovare la sua dimensione, quella fatta di amicizia quanto di introspezione.

“Non ricordavi bene perché mi fossi allontanato dalla montagna, né che cos’altro avessi amato quanto non amavo lei, ma mi sembrava, risalendola ogni mattina in solitudine, di farci lentamente la pace.”

Evocativo, sentimentale, profondo ed estremamente personale, questo racconto può solo lasciarvi una traccia indelebile.

Questo libro è pura delicatezza e con questa che per me è una delle parti più significative del romanzo, vi lascio alla lettura.

“Era tutto. Quando mia madre finì il suo racconto mi vennero in mente i ghiacciai. Il modo in cui mio padre me ne parlava. Lui non era uno che tornava sui propri passi, né amava ripensare ai giorni tristi, però certe volte, in montagna, anche su quelle montagne vergini dove non era morto nessun amico, guardava il ghiacciaio e qualcosa nella sua memoria veniva a galla. Diceva così: che l’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato. Soltanto adesso capivo di cosa parlava. E sapevo una volta per tutte di aver avuto due padri: il primo era l’estraneo con cui avevo abitato per vent’anni, in città, e tagliato i ponti per altri dieci; il secondo era il padre di montagna, quello che avevo solo intravisto eppure conosciuto meglio, l’uomo che mi camminava alle spalle sui sentieri, l’amante dei ghiacciai. Quest’altro padre mi aveva lasciato un rudere da ricostruire. Allora decisi di dimenticare il primo, e fare il lavoro per ricordare lui.”

Nicole Zoi Gatto

Scheda del libro

Autore: Paolo Cognetti

Editore: Einaudi
Pagine: 199
Costo: 18,50

Trilogia di New York di Paul Auster

Ammetto di avere il timore nel recensire quest’opera poiché, detto tra noi, mi ha lasciata più dubbi che certezze, per non dire alcuna certezza, ragion per cui mi limiterò ad un breve commento sperando di trovare il tempo per approfondire quest’autore con altri titoli.

Perché Paul Auster, uno dei cardini della letteratura statunitense contemporanea, ci presenta tre racconti che apparentemente vertono ognuno su un caso da risolvere, ma già dall’inizio di ogni storia è come se il lettore sapesse che andrà incontro a qualcosa di più profondo, ogni protagonista si troverà ad assumere un incarico ma a seguire una strada poi completamente diversa: lo vediamo nel primo racconto, Città di vetro, con Quinn, uno scrittore dal passato doloroso (non meglio chiarito a noi lettori) che vive nascondendosi nei personaggi che crea; nel secondo, Fantasmi, sarà Blue a pagare per le proprie scelte poiché dall’iniziale indagine si troverà sempre più alienato da sé stesso e da tutti e arriverà a identificarsi con Black, l’uomo su cui indaga, con un finale aperto, malinconico e poco chiaro.

Scrivere è un mestiere per solitari. Ti prosciuga. In un certo senso, lo scrittore non ha una vita propria. Anche quando lo hai di fronte non c’è veramente

La terza e ultima storia, La stanza chiusa, mi ha sicuramente coinvolta e intrigato di più rispetto ai due racconti precedenti che, ammetto sinceramente, ho terminato di leggerli con molta difficoltà.

Aleggia sempre un forte senso d’inadeguatezza e incompletezza, come se sui personaggi vi fosse perennemente una spada di Damocle; i protagonisti si perdono nel labirinto della propria mente e non riescono ad affrontare i propri problemi se non reagendo in maniera quasi “squilibrata”, non convenzionale.

Lo stile di Auster è chiaro, coinvolgente a tratti e ricco di metafore che restano impresse, molto piacevole da seguire ma, se devo essere assolutamente sincera, non ho tollerato le sue innumerevoli digressioni filosofiche, storiche, letterarie. Ho pensato sempre a cosa servisse parlare per dieci pagine consecutive della Torre di Babele o delle problematiche linguistiche o di chi fosse l’autore di Don Chisciotte de la Mancia. Ovviamente questo mio commento è puramente soggettivo, da parte di Auster vi sarà stata certamente una scelta precisa, magari la volontà di denuncia di un particolare aspetto della società o altro, però ai fini della lettura l’ho trovato molto pedante.

New York era il nessun luogo che si era costruito attorno, ed era sicuro di non volerlo lasciare mai più

Le mie aspettative sono state abbastanza illuse: comprai il libro da Libraccio a Roma poiché avevo letto e sentito pareri positivi ma non mi sento di consigliarlo.

Ovviamente se siete curiosi non sarò certo io a fermarvi!

*Irene*

“Underground” di Murakami Haruki

Oggi vi parlo del libro di uno dei miei autori preferiti , Murakami, di cui ho letto davvero quasi tutto. Ringrazio la mia compagna di avventura Irene per avermi regalato questo libro, conoscendo la mia passione per l’autore.

Non si tratta di un vero e proprio romanzo ma di una serie di interviste riguardanti l’attentato avvenuto nella metropolitana di Tokyo nel 1995, in cui alcuni adepti religiosi del culto di Aum, sparsero in alcuni vagoni un potentissimo veleno, il sarin, che causò la morte di dodici persone e migliaia di intossicati.

Murakami nella prima parte del libro intervista gli intossicati e i familiari delle vittime, ed è terribile vedere come in una giornata perfettamente normale, le loro vite siano state sconvolte da un evento tanto traumatico. Gli intossicati presentavano tutti gli stessi sintomi: acqua che colava dal naso, pupille contratte, difficoltà a respirare, nausea e in alcuni casi avevano difficoltà a muoversi. Si denuncia anche la generale disorganizzazione in un momento di grande caos, con il personale della stazione che non sapeva cosa fare, le ambulanze che tardavano ad arrivare e gli ospedali, che in un primo momento non avevano nessun antidoto contro il sarin.

“Ogni singola persona che quella mattina si trovava in quelle carrozze della metropolitana ha la sua faccia, la sua vita, la sua personalità, la sua famiglia. Ha le sue gioie, i suoi drammi, le sue contraddizioni, i suoi dilemmi. E una storia che è la sintesi di tutti questi fattori. Il contrario non è concepibile. Avreste potuto esserci voi lì, avrei potuto esserci io.”

Nella seconda parte Murakami intervista alcuni adepti del culto Aum non direttamente coinvolti nell’attentato. Si nota anzi la loro totale estraneità all’attentato e come stentassero a credere che Aum avesse organizzato tutto ciò.

Questo libro ha risvegliato in me sentimenti molto dolorosi e angoscianti, soprattutto per le famiglie che hanno dovuto perdere un figlio o una sorella in un attentato così inutile. Al contrario mi hanno molto incuriosito le storie degli adepti del culto Aum perché, in tutti i casi, si tratta di persone che volevano seguire un modello di vita “puro” estraneo ai valori della società moderna in cui non si trovavano bene a vivere.

“Il muro che si erge tra la nostra vita quotidiana e un culto religioso  è molto più sottile di quanto immaginiamo”.

Federica Molitierno