Il mio Salinger, Valentina Grande e Eva Rossetti

Il libro di cui vi parliamo oggi è un graphic novel. Il mio Salinger regala infatti ai lettori una storia di cui i veri amanti della letteratura americana avevano bisogno: la storia romanzata di J. D. Salinger.

Edito da Becco Giallo, il racconto si sviluppa a partire dalla scoperta dell’esistenza di una donna: Sylvia Welter, con la quale Salinger si era sposato, seppur per brevissimo tempo. Emblematico è che lo scrittore americano non ne avesse mai fatto menzione. Valentina Grande, alla conclusione del graphic, ci scrive:

Dalle biografie scritte da Slawenski e da Shields e Salerno, scoprii che Sylvia Welter era un medico tedesco, un’oftamologa, e che presumibilmente aveva conosciuto Salinger grazie alla sorella Alice che prestava servizio presso l’ospedale in cui era stato ricoverato lo scrittore. Gli autori affermavano che la Welter avesse un passato oscuro e che fosse legata alla Gestapo. […] La teoria sposata dai due biografi statunitensi era che Sylvia fosse un’informatrice e che avesse aderito in pieno al nazismo, tanto che circolavano illazioni sul fatto che Salinger stesso, lavorando nel controspionaggio, avesse conosciuto Sylvia durante un interrogatorio.

Ed è proprio Sylvia a raccontarci il suo incontro con Salinger, attraverso delle tavole dalle atmosfere nostalgiche, in cui i colori e i disegni sono la rappresentazione dello stato d’animo di due persone che si incontrarono dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale come “monchi” di qualcosa, che credettero di trovare l’uno nell’altra.

Il mio Salinger narra quindi una storia d’amore, ma non solo. Narra dei tormenti interiori, di ciò che la guerra ha tolto agli esseri umani, di un barlume di speranza che a volte si fa strada nella desolazione della vita. Ho trovato commovente la caratterizzazione di uno scrittore cui mi sento particolarmente affezionata: ne è emersa un’immagine nitida, di un uomo complicato, distrutto e comunque in grado di andare avanti, in qualche modo.

Non poteva non avere una sua parte Il giovane Holden: quando Jerome conosce Sylvia sta infatti già scrivendo il romanzo che gli regalerà la fama mondiale, allora come oggi.

Chi ha amato questo romanzo, chi ha amato Holden Caulfield, non può che amare ogni scena in cui sono presenti riferimenti più o meno velati a quel libro.

Si potrebbero dire ancora molte cose di questo graphic novel. Ad esempio di quanto sia straziante il senso di incomunicabilità che tiene imbrigliati Jerome e Sylvia. Non servono troppe parole, ma soltanto una bravura eccezionale, perché il lettore riesca a toccare con mano la complessità del loro rapporto, la complessità in quanto esseri umani.

 

Vi consiglio quindi di non lasciarvi sfuggire questo piccolo cofanetto delle meraviglie, perché sono certa che non ve ne pentirete.

Giovanna Nappi

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Il profumo della buccia d’arancia di Veronica Consolo

bucc.jpgIl profumo della buccia d’arancia, libro scritto da Veronica Consolo e pubblicato da Lettere Animate, è una lettura dal sapore estivo che richiama l’amore nella sua forma più bella e spontanea.

Teresa Colombo è la nostra protagonista milanese ambiziosa, nevrotica, egocentrica, scontrosa verso tutto il genere umano che pensa davvero di essere l’unica anatomopatologa sulla faccia della Terra e che soffre di iposmia (incapacità di percepire gli odori). La sua vita subisce una battuta d’arresto improvvisa poiché il forte stress dal lavoro non le permettono di proseguire con la sua “fantastica” vita. Pertanto è costretta a sfruttare le sue ferie, mai riscattate nel corso di dieci anni, imparando a divertirsi e vivendo alla giornata, aspetto del tutto sconosciuto a Teresa essendo abituata a programmare persino il decimo di secondo. Si recherà in Sicilia presso suo zio, il quale ha organizzato un emozionante tour archeologico/ mondano dell’intera regione al seguito del suo assistente universitario Vincenzo, un ragazzo bellissimo, simpaticissimo ma piuttosto difficile da sopportare. Da un iniziale rapporto conflittuale tra questo ragazzo dal fascino mediterraneo e la scontrosa Teresa, pian piano la vicenda si svilupperà in un modo non troppo originale ma che ci farà riflettere dal momento che nella vita possono accadere talmente tante cose che è impossibile progettare ogni cosa, vi sarà sempre un fattore esterno a sconvolgere il tutto.

Nonostante la storia risulti piuttosto piatta, banale, mi ha coinvolta parecchio considerando la velocità nella lettura, questo soprattutto grazie allo stile pressoché colloquiale del libro. Ho notato purtroppo che vi sono molti refusi e addirittura in alcuni casi si confonde persino il nome di uno dei protagonisti (Vittorio anziché Vincenzo). Sarebbe opportuno un minimo di attenzione in più considerando che l’estetica e il contenuto sono due fattori importantissimi per la vendita e la fruibilità di un libro.

Irene Cambriglia

 

 

Danze di guerra di Sherman Alexie

Perché i poeti pensano

di poter cambiare il mondo

L’unica vita che posso salvare

È la mia.

Nella descrizione ironica, a tratti anche drammatica dell’uomo, delle sue debolezze, dei suoi turbamenti e della sua intrinseca fragilità emotiva, Sherman Alexie in Danze di guerra, pubblicato in Italia grazie a NN editore e tradotto da Laura Gazzarrini, ci offre uno spaccato dell’America del pregiudizio, dell’America dei nativi raccontati attraverso stereotipi sì, ma resi unici grazie ai numerosi difetti che li caratterizzano. Le tematiche affrontate in maniere estremamente originale, attraverso l’utilizzo di poesie e racconti, con uno stile poetico e sagace, sono molteplici: dalla malattia alla morte, dalla diversità razziale al rapporto padre-figlio ( a questo proposito consiglio il racconto “Il figlio del senatore”, così se siete indecisi se comprare o meno questo libro, andate in libreria, sfogliate le prime pagine fino a giungere al sopracitato passo e non avrete più alcun dubbio sul da farsi).

Mio padre aveva sempre creduto nella verità, e nelle vaste e reali differenze fra il bene e il male. Ma mi aveva anche insegnato, come aveva imparato a sua volta, che ogni uomo è fragile e imperfetto come tutti gli altri.

Proprio come una danza incessante, a volte dinoccolata come in preda ad un raptus di vivacità, altre più lenta, che rimanda al ballo fra una coppia di amanti che in quel preciso momento vogliono solo sentirsi vicini, Alexie ci conduce per mano nel mondo fatto di rimpianti, incertezze, rimorsi e paure di uomini comuni. Il mondo di uomini che possono aver commesso un errore uccidendo un ragazzo che cercava di derubarli nella propria casa, che hanno picchiato un amico perché gay, che ricordano con affetto e tristezza il padre morto alcolizzato… La parabola non è altro che quella dell’uomo moderno, dilaniato dalla vita frenetica, ingiusta, provante, sempre alla ricerca di certezze e conferme che, troppo spesso, non arrivano o non sono di sollievo. I protagonisti sono costantemente chiamati a fare i conti con la loro stessa natura di esseri umani e cioè con le loro continue ansie, al fine di trovare un compromesso, un punto di incontro fra l’anima e la ragione, la voglia di arrendersi e di lasciar perdere e quella di rivincita sociale e personale. Ma si sa, l’uomo per sua stessa definizione, è colui il quale riesce ad essere cosciente e responsabile dei propri atti e proprio per questo la rassegnazione e la pace interiore pare così difficile da raggiungere.Come può chi ha sbagliato e ne è consapevole, affrontare la vita e il futuro con leggerezza e spensieratezza? La coscienza è allo stesso tempo condanna e benedizione e in questa dualità il lettore si troverà a doversi costantemente barcamenare, fra storie ogni volta diverse ma anche così simili. Quindi non resta che prendere atto che

Il dolore non si aggiunge mai ad altro dolore. Si moltiplica.

Nicole Zoi Gatto

Drinking at the movies di Julia Wertz

Ciao lettori!

Oggi voglio parlarvi di una della graphic novel più esilaranti che io abbia mai letto: Drinking at the movies, di Julia Wertz, edito da Eris Edizioni.
Il libro è del tutto autobiografico, infatti, Julia Wertz scrive della sua vita, in particolare del suo primo anno a New York.
A seguito della rottura con il suo ormai ex-fidanzato, del suo licenziamento e del ricovero di suo fratello che era in stato di overdose, la protagonista decide di tuffarsi nel vuoto e trasferire tutta la sua vita da San Francisco, dove è nata e cresciuta, a New York.

Julia ha vent’anni ed è una ragazza ostinata, autoironica, con molti sogni ma anche molti problemi che riversa nella vita, da cui vediamo, sempre presenti in ogni vignetta, il suo pessimismo e i troppi alcolici.

Rassegnata al gusto amaro della vita, Julia Wertz ci narra la sua sciagurata esistenza tramite mille sfortunati episodi molto divertenti. Ci racconta e ci mostra, infatti, tramite deliziose illustrazioni, la sua stanza carinissima in un buco d’appartamento, le sue assunzioni in lavori fantastici e i successivi licenziamenti.
Ma nel marasma non possiamo che sentirci parte di questa vita precaria, i suoi racconti non possiamo non sentirli anche un po’ nostri.

“Nonostante questa sia la mia storia è, è anche la storia di tutti coloro che se ne sono andati lontano da casa” (Julia Wertz, Drinking at the movies)

Tra una birra e l’altra, un episodio di gilmore girls e serate al cinema in solitudine, questo libro tratta temi ben più grandi, forse con leggerezza ed ironia ma mai con superficialità.
Alcool.
Droghe.
Problemi familiari.
Elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2008
!

La caparbietà di Julia e i suoi sogni verranno messi a dura prova.
Riuscirà, maturando, a portare a termine gli obiettivi prefissati? Lo scoprirete leggendo questo tanto bello quanto spassoso libro.

Linda Peotta

Di ferro e d’acciaio di Laura Pariani

Tutto era differente, prima, perfino il cielo. Quand’è che anche le libertà più semplici ci sono state tolte? Come facciamo a sopportare questo silenzio interminabile?

Lusine è l’operatrice H478. Il suo incarico è quello di sorvegliare il soggetto-23.017, una donna di nero vestita. Maria N si aggira per le strade di una città che ha perso gran parte delle sue connotazioni tradizionali con un’immagine che porta sempre al petto, l’immagine di suo figlio, di cui ha perso ogni traccia.

Di ferro e d'acciaio di Laura Pariani

Di ferro e d’acciaio di Laura Pariani è il primo romanzo che apre la collana CroceVia di NN Editore, che – come leggiamo nell’aletta – “è una serie di libri attorno al senso e al significato di alcune parole fondamentali nella nostra cultura e nella nostra storia. Sono parole antiche, che usiamo tutti i giorni, e che cerchiamo di addomesticare disabitandole di una parte del loro significato, che continua a riverberare come un’eco sommessa. A Laura Pariani abbiamo affidato la parola Passione“.

Ed è di passione che parla questo romanzo, la passione quasi carnale e viscerale che lega una madre a suo figlio, che la spinge a cercare risposte che nessuno è disposto a darle. È ostinazione a sfidare le regole imposte dall’alto, in un mondo che non ha più nulla di accogliente, che respinge il pensiero e le riflessioni personali in favore di ciò che deve esser fatto, di un senso del dovere calato sulla testa degli individui come una mannaia pronta ad essere usata.

Assieme a Lusine, assistiamo a questo disperato viaggio alla ricerca di Jesus, un ragazzo che ha osato opporsi al sistema e che per questo è stato punito. Ogni capitolo è scandito da un luogo o da una persona che hanno assistito alla triste vicenda di questa donna, che ha incontrato indifferenza (nel migliore dei casi) o addirittura disprezzo soltanto per aver tentato in ogni modo di ritrovare suo figlio.

Da contorno, una città divisa in zone, barriere che non possono essere superate e che stabiliscono cosa è e cosa non è consentito fare. Le notizie sono distorte, i giustiziati vengono condotti alla morte nella Caserma del Teschio, le persone anziane lasciate a marcire alla Torre del Tramonto Sereno. Per non soccombere alla realtà, gli individui sono assuefatti da pillole che agiscono sospendendo il pensiero e i ricordi. I tempòribus sono ormai finiti, la Storia è andata avanti e detta le sue regole spietate.

Ma Lusine non può non lasciarsi condizionare da Maria N, non può rimanere illesa. Neanche il lettore può. L’intero romanzo è pervaso da un senso di claustrofobia, incastrando chiunque si sia imbattuto in questa vicenda a volersi sottrarre al giogo del potere. Laura Pariani impregna ogni cosa di questo sapore amaro di ferro e d’acciaio, le parole, i volti, le strade. E l’unica via possibile per non soccombere è lasciar entrare la Speranza, lasciare uno spazio piccolissimo da cui possa entrare.

Giovanna Nappi

Merry Hall di Beverley Nichols

mavi.jpegSalve lettori, oggi vi propongo la recensione di un libro gentilmente inviatomi dalla Lindau, Merry Hall di Beverley Nichols.

Il libro è autobiografico e narra le vicende dello scrittore nel periodo in cui decide di trasferirsi ed acquistare una nuova casa. La scelta ricade sulla dimora vittoriana Merry Hall,preferita dall’autore soprattutto grazie al suo immenso giardino.

Fin dalle prime pagine infatti conosciamo l’amore spassionato del signor Nichols per i giardini e i fiori in generale e il libro in effetti non è altro che il racconto di come, da una situazione piuttosto disastrosa lasciata dai suoi precedenti proprietari, dopo anni di lavoro e cura dei minimi particolari, il giardino si trasformi e diventi ciò che l’autore ha sempre sognato.

Uno dei personaggi principali del libro è proprio il giardiniere Oldfield, che lavorava già lì da anni e che è restio a fidarsi all’inizio di questo nuovo proprietario così diverso dai precedenti, di cui tra l’altro continua a vederne anche i fantasmi!! Altri personaggi che compaiono nel libro sono Miss Emily legatissima al precedente proprietario e inorridita davanti a qualsiasi cambiamento venga apportato a Merry Hall, ma con una predilezione speciale per le verdure dell’orto e della legna da ardere che a Londra costano troppo! E ancora Miss Rose, creatrice di composizioni floreali da copertina, ma che non ama i fiori a detta del signor Nichols perché li maltratta per i suoi scopi e non li cura a dovere. E come dimenticare i suoi gatti Uno e Quattro che ne combinano sempre di tutti i colori?

Da come si evince dalla trama lo stile del libro è molto ironico e divertente con tanti siparietti che accompagnano la lettura, che altrimenti per una come me che non è esperta di fiori diventerebbe un po’ pesante. È una lettura davvero piacevole e da subito si capisce che l’autore ama molto più i fiori e i gatti che le persone e sulle donne soprattutto ha sempre da ridire, forse un tantino troppo!

Consiglio sicuramente la lettura agli amanti dei fiori e degli animali, ma anche a chi vuole rilassarsi e visitare una dimora vittoriana con il suo giardino e in tutte le stagioni lasciandosi trasportare dalle sensazioni dell’autore.

MariaVittoria Molitierno

L’arte dell’attesa di Andrea Köhler

Perché ogni attesa ha dentro di sé non soltanto l’angoscia e la mancanza, ma anche il momento di felicità del proprio annullamento, la possibilità di essere un presente senza coscienza.

Un pendolo tra l’ansia del futuro non ancora giunto e la godibilità del momento presente. Andrea Köhler parla in questi termini dell’attesa, nucleo centrale del libro L’arte dell’attesa, edito add editore.

Perché l’attesa possa essere raccontata, è necessario servirsi di contaminazioni vastissime: soltanto attingendo alla filosofia, alla scienza, alla letteratura, al cinema, alla musica, è possibile affrontare un discorso ad ampio respiro sull’argomento.

Veniamo quindi calati all’interno della psicologia umana, veniamo posti di fronte a scenari in cui non possiamo non esserci trovati innumerevoli volte.

Una delle attese più tipiche è l’attesa del proprio amante, che ha il gusto dell’angoscia, del dubbio incessante, delle domande senza risposta. Un’attesa che assume connotati femminili, soprattutto grazie a quella parte di letteratura che amiamo. Come non pensare a Madame Bovary e all’attesa della sua passione travolgente? O a Penelope e alla sua tela, che fa e disfa allo stesso modo in cui si fa e disfa il racconto del ritorno di Ulisse?

Se attesa vuol dire incertezza, vuol dire anche consapevolezza. L’incertezza che il nostro partner arriverà è la sine qua non per il nostro amore.

Io che amo sono sedentario, immobile, a disposizione, in attesa, sempre nello stesso posto, in giacenza, come un pacco in un angolo sperduto d’una stazione.

Raccontare l’attesa degli uomini è raccontare quei luoghi, o quei momenti, che li rappresentano. Una stazione desolata, un pomeriggio di afa meridionale. Tutti questi riferimenti sono così evocativi che provare a descriverli sarebbe un’impresa impossibile.

L’autore prosegue attraverso citazioni e intermezzi, che sono lì a testimoniare la nostra «sconfitta rispetto al tempo». Ma non soltanto. Se nello stato d’attesa ci ritroviamo come sospesi, d’altra parte ci sentiamo come appagati di qualcosa di cui non siamo entrati ancora in possesso. Quello di cui Köhler ci parla è quel senso di appagamento che crediamo di meritare quando aspettiamo. Un appagamento per la nostra pazienza, fatto – questo – che rivela moltissimo su di noi.

Oscillare tra molteplici stati d’animo è ciò che caratterizza chi aspetta, e ogni metafora apportata all’interno di questo saggio è una eccellente dimostrazione che ogni aspetto della vita è permeato dall’attesa.

Attraverso incipit letterari, fotogrammi di pellicole cinematografiche e racconti di miti e fiabe, Andrea Köhler ci riporta ad un momento che in quanto tale è e resterà sempre irripetibile, ma anche inconsistente, impalpabile.

Per la cura avuta nella scelta di ogni parola, per la sua struttura ossea, per i riferimenti noti e quelli scoperti leggendo, non posso non consigliarvi questo libro.

Giovanna Nappi