Gli anni che restano di Brian Freschi e Davide Aurilia

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…spiegavano com’è nato il verbo ricordare. Me lo sono segnato: viene dal latino re- indietro e -cor cuore. Richiamare nel cuore. Perché il cuore veniva considerato la casa dei ricordi.

cover_Gli_anni_che_restano_Freschi_Aurilia_BAO_2017 (1).jpgI ricordi possono tenerci bloccati e incollati al passato e allo stesso tempo essere utili per sbloccare il nostro cammino, la nostra vita. Richiamando nel cuore, si risvegliano le passioni, si accende la fiamma vitale, il pneuma.
Mauro, il protagonista de Gli anni che restano, graphic novel scritta da Brian Freschi e disegnata da Davide Aurilia, pubblicata dalla Bao Publishing, vive costantemente nel ricordo e questo lo rende prigioniero di un limbo, fatto di immagini, personaggi, frammenti della sua infanzia.
Mauro è cresciuto logorato dal rimpianto e dalle nostalgie, dopo la perdita degli anni felici e del suo tutto, il suo migliore amico Antonio.
Quando viene a mancare un pezzo così fondamentale della propria anima, un frammento di cuore va via, e Mauro si rende conto di non poter più provare quel modo di respirare assieme a lui che lo rendeva vivo, non lo ha più trovato.
Mauro è solo, seppur viva assieme ad Alba, una donna che ha bisogno costantemente di colmare il vuoto che Mauro lascia accanto a lei voltato verso il passato, senza guardare mai avanti.
Infatti è barricato nel loop dei suoi ricordi, stretto alle sue vecchie emozioni che non torneranno più.

Ciò che lo scuote dal suo torpore e dalla sua esistenza monotona è una lettera. Antonio è morto, non c’è più.
Questo riporta Mauro verso la vita, verso la ricerca di quei perché nascosti e non detti, in un viaggio che va da Milano a Bologna, per ricolmare quelle crepe aperte e mai chiuse nel suo passato.

GLI ANNI CHE RESTANO16.jpgGli anni che restano è una storia d’amicizia, un’amicizia che è una sorta di amore, sacro, indistruttibile, inarrestabile, nonostante il tempo e la morte. Amicizia che corre sulla linea del cambiamento della vita, dall’infanzia all’età adulta, accompagnando i due ragazzi nel loro crescere. Dalla Milano infantile, alla Bologna delle consapevolezze, Mauro e Antonio imparano a credere, a lottare, a vivere. Ognuno però in un modo differente dall’altro, verso lati opposti dell’esistenza.

Vediamo quindi la storia svilupparsi su due piani paralleli, tra ricordo e presente con Mauro alla ricerca di quell’amicizia sfumata dal tempo, alla ricerca di un senso che gli è sfuggito per comprendere Antonio e le sue scelte e scoprire alcune verità, ripercorrendo i suoi passi e ritrovando vecchi volti.

Gli anni che restano ci mostra l’importanza delle scelte e del loro valore. Ciò che Mauro ed Antonio sono diventati è dipeso esclusivamente dal loro decidere e dal loro essere, dalla loro volontà di rimanere fermi com’erano, uno rinchiuso in se stesso, l’altro nella sua immaginazione. E successivamente l’importanza del voler cambiare ed andare avanti, perché non si torna indietro, la vita viaggia solo in una direzione e rimanere nel passato è solo un modo per restare bloccati. E’ un contrastare il flusso vitale senza soluzione, si percorrono binari di sola andata, e non ci si ferma mai.

Ci vuole coraggio per innestare quel cambiamento, quel movimento di binario, verso uno più consono con ciò che si desidera, diverso da quello che si stava percorrendo. E questa storia ci insegna anche questo, la forza di andare avanti e di non mollare, di prendere in mano la propria vita. E capire che non è mai troppo tardi per dare una svolta, c’è sempre tempo. L’importante è non fossilizzarsi nel ricordo ma ricordare per vivere e non fermarsi.

GLI ANNI CHE RESTANO18Brian Freschi e Davide Aurilia ci regalano una storia intensa che va assolutamente assaporata, anche più volte, per comprendere il suo forte messaggio. I disegni poi minimal ma allo stesso tempo dettagliati creano un’atmosfera onirica, così vicina al personaggio. I colori, grazie agli acquerelli, ci appaiono delicati ma carichi di emozioni e sfaccettature incantando il lettore. La scrittura, diretta e decisa fa da perfetta cornice. Ci ritroviamo davanti ad un vero e proprio piccolo capolavoro di scrittura e disegno.

Gli anni che restano, quindi, è una lotta col passato, con la consapevolezza che il ricordo o può intrappolarti o può darti risposte e liberarti. E Mauro, da sempre chiuso nel suo mondo volto al passato e barricato nel silenzio, sceglie di iniziare ad imparare da quei ricordi a cui è così legato e da quelli intraprendere un viaggio allo scoperta di Antonio e delle sue scelte per arrivare ad una sua verità, una verità che porterà al cambiamento e alla decisione di cominciare ad esistere nuovamente, di tuffarsi nella vita.

Ilaria Amoruso


Brian Freschi, classe 1993, scrive racconti per la rivista online “L’inquiero” prima di diplomarsi in sceneggiatura presso l’Accademia Internazionale di Comics a Firenze. Dal 2015 collabora con il collettivo Manticora Autoproduzioni (Der Krampus, Le Piccole Morti, Maison LàLà, Nessuno ci farà entrare) e con diverse realtà del fumetto italiano. Gli anni che restano è il suo primo graphic novel.

Davide Aurilia (Desio, 1989) comincia a lavorare nel 2013 come disegnatore nel campo pubblicitario. All’inizio del 2015 fonda un collettivo di fumettisti e illustratori dal nome “Radice”, con il quale pubblica due antologie di racconti brevi a fumetti. Per Eli Edizioni illustra Black Beauty, mentre per B COMICS realizza un racconto breve a fumetti nell’antologia “SHHH!”. Nel 2017, per BAO Publishing, pubblica il suo primo graphic novel, Gli anni che restano con Brian Freschi ai testi.

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Diario di donne in panchina di Fiorella Carcereri

Ringrazio tantissimo Fiorella Carcereri per avermi inviato e dedicato il suo ultimo libro, uscito il mese scorso: Diario di donne in panchina, edito da Arpeggio libero.

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L’ho letto in un pomeriggio, impossibile non farsi coinvolgere dalle cinque storie di cui si compone l’opera, il tutto sotto forma di pagine di diario.

Ogni racconto approfondisce scenari amorosi differenti che vedono generalmente un uomo che tenta di sopraffare con modi obsoleti e violenti una donna che non ha la capacità di affrontare in prima linea i problemi ma si cela sotto strati e strati di paure e insicurezze.

Il personaggio femminile ne esce profondamente traumatizzato, abituato ad essere sempre in panchina, ad aspettare che gli altri decidano per lei. Ma il punto di svolta arriva per tutte le protagoniste, esse comprendono che esiste un’unica via legittima, quella dell’amor proprio. Nessuno può e deve sentirsi in diritto di calpestare l’animo di un altro essere umano, non ci si dovrebbe vedere potenti nel prevaricare sul più debole.

Essere sensibili, sognatori e buoni di cuore non vuol dire avere un lascia passare per chiunque abbia cattive intenzioni ma occorre avere una coscienza, uno scrupolo che differenzi l’uomo dalle bestie.

Ormai credo che possiamo abbandonare la visione dell’uomo capace di ogni cosa e la donna perennemente sottomessa che aspetta qualcosa che forse mai arriverà.

Da queste cinque storie è possibile ricevere un messaggio di condanna e speranza, coraggio e forza di volontà.

Mai mollare se si deve lottare per la propria felicità!

Ma quando vivi da troppi anni in una sorta di limbo, quando sei “la donna in panchina”, beh in tal caso cambiano le regole. A furia di non giocare la partita, i tuoi muscoli si atrofizzano, mentre te ne stai semi sdraiata sullo zerbino di casa sua, sempre più logoro e scomodo.

Irene Cambriglia

Piano Americano di Antonio Paolacci

Il romanzo che vi appresterete a leggere, non rispetta per niente i canoni. Non è un romanzo, ma lo è allo stesso tempo. È la storia di una crescita, di una rottura, di un’evoluzione. È la storia di personaggi letterari che si fondono con quelli reali. È la finzione della narrazione che esce dalle pagine stampate per farsi reale, concreta.

Questo ultimo esperimento di Antonio Paolacci Piano Americano edito Morellini Editore per la sua collana Varianti, non è che una grande metanarrazione. La voce all’interno dell’opera non è altro che quella dello stesso autore che, con la precisione di un acrobata e la delicatezza di un pittore che deve accarezzare con un’ultima pennellata il suo dipinto, si muove fra i costrutti articolati, i continui riferimenti al cinema, i vari personaggi (reali o no?) che prendono vita fra le pagine, fino a giungere al vero grande tema, a mio avviso: si può vivere ostinandosi a rimanere fedeli a se stessi, in un mondo che porta tutti all’omologazione?

Per darvi un’idea della trama originale che dovrete affrontare, parto dal principio. Il Paolacci racconta al lettore di come dopo una lunga riflessione, abbia deciso di smettere di scrivere.

“Scrivere invece non porta a niente. Si tratta di questo, piuttosto: offrire la propria fatica senza nessun tornaconto. Scrivere significa torcersi le budella, pensare molto intensamente, sempre, e preservare nel profondo, e riflettere troppo, e cambiare se stessi in un mondo che mai cambia. Scrivere è lottare ininterrottamente con la propria intelligenza, contro una stupidità imbattibile. Vuol dire imparare a dare voce a persone diverse, perché ogni persona è un mondo, ecco cosa si è obbligati a capire scrivendo: che la realtà tutta non è che un insieme di punti di vista e che ogni punto di vista, in quanto tale, è erroneo.(…)È il passo ultimo dello scrittore, il passo più maturo dell’artista, è il recupero dello Stile assoluto, la più alta forma di eleganza artistica: togliersi dai coglioni.”

Da questo punto di partenza, l’autore narrante inizia a descrivere nei minimi particolari, il libro che avrebbe scritto se non avesse deciso di smettere di scrivere. Capite come questa sua scelta distrugga tutte le regole di narrativa che siamo abituati a conoscere.
Avremo modo di diventare familiari con “Il nostro Eliogobalo” Jakov, il sosia di un politico che sembra passare sempre inosservato dando vita a numerose scenette ironiche, Gaetano e Arianna, la stessa Paola la moglie incinta dell’autore.

In questo lungo viaggio all’interno del non-romanzo, ci ritroveremo spesso a porci delle domande circa la nostra capacità decisionale. La nostra come dice l’autore, è una forma di

“schiavitù autoindotta, innata, dettata da abitudini e schemi imposti da voi stessi, quelli che ogni giorno vi spingono ad accettare passivamente di lavorare per potervi permettere una babysitter che badi ai vostri figli in modo che voi possiate lavorare per poter i permettere una babysitter che badi ai vostri figli in modo che voi possiate lavorare per potervi permettere eccetera”.

Ecco perché spesso viene citato con numerosi esempi lo Psycho di Hitchcock. Quel film ha sovvertito le regole imposte del cinema hollywoodiano di metà ‘900, è stata pura disubbidienza creativa. Allo stesso modo siamo invitati a comportarci dall’autore: ribellarsi per essere liberi.

Ecco il perché del Titolo; come nel Piano Americano cinematografico, grazie al quale l’inquadratura non incornicia solo un attore, ma due o più persone dal ginocchio in su, dando loro modo di aver più libertà d’azione, così noi altri dobbiamo muoverci nel mondo, senza seguire schemi prefissati, lasciando libero il nostro istinto di agire.

Libro che posso solo consigliarvi e del quale si sentirà parlare molto.

“(…)Perciò, amore mio, occorre prendere le distanze dalla maggioranza e guardarla con sospetto. Lascia perdere la voglia di piacere al pubblico e decidi in base a un solo criterio: fare la cosa giusta.”

Nicole Zoi Gatto

Bestiario diplomatico di Valerio Parmigiani

Il suddetto libro, scritto da Valerio Parmigiani e pubblicato con Effepi Editore, è un’opera autobiografica sui dieci anni di lavoro svolti dall’autore nella carriera diplomatica.

Bestiario diplomatico immagine

L’opera, ricca di riferimenti all’ambito privato e alla carriera di Valerio Parmigiani, è davvero molto godibile grazie ad uno stile fresco ed ironico che accompagna il lettore in questo viaggio che prende il via dall’Italia per poi spostarsi dapprima a Cipro e, infine, in Zambia.

Addio, Cipro sorgente dall’acque. Ti manderò dall’Africa un bel fior che nasce sotto il cielo dell’Equator.

Le vicende descritte sono intessute di riflessioni che l’autore si ritrova naturalmente a fare riguardo la sua vita, poiché a causa del suo lavoro egli è “costretto” a mantenere uno stile di vita che sia all’altezza dell’ambiente lavorativo in cui si trova ad operare, coinvolgendo anche la sua compagna A. che con tenacia riesce a seguire il corso degli eventi in un modo egregio che ho ammirato tanto.

Credo che ci voglia tantissimo coraggio nel decidere di abbandonare la propria casa per un mondo che ha tradizioni, lingua e usi diametralmente opposti ai nostri. E ancora più coraggio occorre nel momento in cui ci si trova a contatto con un ambiente lavorativo che non soddisfa a pieno né le nostre aspettative né la realtà ma si decide ugualmente di proseguire per ben dieci anni. In questo senso l’autore ha saputo delineare, con ricchezza di dettagli, il quadro lavorativo nel quale ha operato per tanti anni, descrivendo la situazione socio-politico-economica-culturale di Cipro prima e Zambia dopo, portandoci a riflettere su quanti aspetti negativi vi siano e quanto può essere fatto per migliorare determinate situazioni.

Ho apprezzato particolarmente gli excursus sui personaggi minori e le situazioni talvolta al limite dello straordinario di cui è stato testimone e vittima lo stesso autore.

Consiglio vivamente la lettura a chi voglia approfondire la conoscenza del mondo della diplomazia o voglia semplicemente divertirsi leggendo cose impensabili ai più.

Irene Cambriglia

Recensione e intervista della “Psicologia del rock” di Andrea Montesano

9788865314210_0_0_0_75Questo libro, al cui genere mi sono approcciata per la prima volta, ha due temi fondamentali: la musica e l’adolescenza. Si sa quanto sia fondamentale ascoltare musica in età adolescenziale e quanto quest’ultima possa addirittura cambiarci la vita e farci compiere scelte relazionali molto precise. Qui in particolare si parla dell’importanza della musica rock, che rientra a pieno titolo nell’educazione dei ragazzini. Vengono analizzati i vari generi musicali, (musica classica, rock, heavy metal, hip pop, rap) rapportati al tipo di adolescente che li ascolta. L’ascolto della musica rock da parte dell’adolescente, rappresenta anche il momento in cui quest’ultimo si stacca dai genitori ed entra in gruppo sociale, il più delle volte caratterizzato da persone che hanno i suoi stessi interessi.

Si analizza il concerto rock, prendendo come riferimento quello di Woodstock, che viene paragonato ad un momento religioso, e si sottolinea il momento dell’incontro con la rockstar preferita, l’identificazione completa con essa, il sacrificio che si è speso per partecipare all’evento.

Si parla anche del rapporto tra il rock e le sostanze stupefacenti, elencando le più utilizzate anche dalle varie rockstar. Viene fatta poi una piccola panoramica su discoteche e rave party, luoghi di divertimento dei giovani, ma che possono diventare anche molto pericolosi e sui nuovi metodi digitali di fruizione della musica.

Infine vi è la presentazione di un progetto sperimentale in cui i protagonisti sono sempre la musica e gli adolescenti.

Questo libro è stato molto interessante, perché ha sviluppato temi non presi molto in considerazione, come ad esempio insegnare e far ascoltare musica rock nelle scuole.

In conclusione la musica rock assume una funzione fondamentale nel percorso formativo ed educativo del ragazzo e in alcuni casi, aiuta a comprendere le scelte che lui stesso compie e soprattutto il suo modo di agire all’interno della società.

Consiglio la lettura di questo libro soprattutto a chi è interessato agli argomenti trattati.

 

Intervista

1)Cosa ti ha spinto a scrivere un libro sul rapporto tra la musica rock e l’adolescenza? È un interesse derivato dagli studi che hai condotto?

Il libro nasce dalla vogli di unire la mia passione (la musica) alla mia professione e gli studi che ho condotto fino ad ora (la psicologia). Ho pensato di poter dire qualcosa che fino a questo momento la letteratura non aveva detto. Il libro infatti cerca di spiegare come la musica e le canzoni siano strettamente connesse alla persona che le ascolta. Non si ascolta e non abbiamo un interessa “casuale” per un certo artista, una determinata canzone o un un album musicale. C’è molto di più. Il nostro “imprinting” musicale che poi ci accompagna per tutta la nostra vita nasce e si forma durante il periodo della nostra adolescenza. La famiglia, il gruppo degli amici, la scuola, il contesto culturale in cui viviamo contribuisce alla scelta di un nostro determinato ascolto e non un altro. L’adolescenza è lo strato più significativo per dare uno spiegazione oggi, del perché ci piace un certo tipo di musica o un artista.

2)Nel libro elenchi i vari generi musicali ed individui in quelli più ascoltati dai giovani il rock e il pop. Anche tu durante l’adolescenza li ascoltavi? E in che misura l’ascolto di questi generi ti ha aiutato a superare questa fase delicata?

Il rock è un genere musicale che si presta molto alle orecchie e al cuore dei ragazzi perché i temi narrati all’interno della musica rock, sono gli stessi temi che sono importanti in adolescenza come l’amore, l’amicizia, la trasgressione, la lotta etc etc. Il pop è il genere cosiddetto popolare, nel senso di “diffuso” che spesso viene abbracciato dai ragazzi che preferiscono vivere le emozioni molto “di pancia” ed è quindi un genere che soddisfa in maniera più immediata i loro bisogni emotivi.

Durante la mia adolescenza sono stato contaminato dal marchio del rock fine anni 80 e anni 90, alcuni nomi sono i Guns ‘n Roses, gli Oasis, i Pearl Jam, gli U2 e tanti altri; era un rock che ascoltavo e che suonavo nelle varie boy band in cui mi sono sperimentato.

Il rock mi ha dato l’opportunità di sentirmi vivo rispetto alla musica che suonavo attraverso la quale dicevo agli altri chi ero veramente, una palestra che mi ha portato ed essere quello che sono io oggi.

3)Vengono descritti nel libro 2 generi identificativi in adolescenza oltre al rock, il rap e il metal. Cosa c’è in questi due generi musicali che affascina i ragazzi?

Nel libro che parla di musica rock, c’è uno spazio che guarda ad una parte della musica dei ragazzi di oggi, e quella parte è dedicata al metal e all’hip hop. L’adolescenza è un periodo in cui il ragazzo tende a definirsi formando la propria identità. Questi generi musicali sono entrambi molto estremi perché più un genere musicale è estremo, più da identità al ragazzo. Ciò accade in quanto l’hip hop per sua natura, diventa gradualmente una forma culturale a cui appartenere perché ricco di rituali, slang e modalità che lo rendono identificativo. Allo stesso modo si può analizzare il fenomeno dell’Heavy Metal, un po’ meno caro ai giovani italiani per una questione fonetica legata alla lingua italiana che diversamente dall’inglese si sposa di meno con la dimensione sonora del metal.

4)Il mondo dei rave party e delle discoteche, dove si abusa di alcool e sostanze stupefacenti, è un territorio molto pericoloso per gli adolescenti. Ti senti di condannare questi luoghi o pensi che possano essere visti anche in maniera positiva?

Condannare non credo sia il termine adatto. A condannare sono bravi tutti. Credo che bisogna invece, come dire…essere più furbi! Bisogna ripartire dalla conoscenza di ciò che accade in questi ambienti, perché ci sarà un motivo per cui gli adolescenti di oggi hanno necessità di frequentare certi luoghi “addetti alla trasgressione”. Ponendoci in una prospettiva di ascolto e di accoglienza e non quindi giudicante questa posizione ci aiuterebbe a non aggiungere Another brick in the wall, quel muro che per tante ragioni separa il mondo adulto da quello dei ragazzi.

5)Nei tuoi interessi, oltre alla scrittura, c’è anche la musica. Ci puoi raccontare in breve la tua esperienza di cantante/musicista?

La mia esperienza con la musica inizia all’età di 5 anni quando ho frequentato quegli orribili corsi propedeutici alla musica per bambini, spazi dove se non c’è una buona figura di riferimento il rischio è quello di “indottrinare” i bambini ad una visione della musica a mo di religione ortodossa a cui sottostare. Ovviamente me ne sono scappato. Durante la scuola media così per gioco, ho frequentato un corso di chitarra in oratorio e vedevo che c’erano gli animatori più grandi che sapevano suonare la chitarra e sapevano cantare, ma lo facevano divertendosi. La cosa mi ha incuriosito e mi sono accorto che era quello che volevo fare anche io. Ricordo di aver rimediato un canzoniere e di essermi messo ad imparare le cose principali. Poi ho conosciuto la chitarra elettrica e il mondo del rock, e da allora mia vita non è stata più come prima.

Federica Molitierno

Circo Dovrosky di Marcostefano Gallo

Oggi voglio parlarvi di questo libro scritto da Marcostefano Gallo, intitolato Circo Dovrosky ed edito da Ferrari Editore, che mi ha accompagnato in quest’ultima settimana di settembre e durante i primi giorni di lavoro. È stato un piacevolissimo intermezzo, una lettura perfetta e non troppo impegnativa che mi ha permesso di continuare a leggere nonostante la stanchezza latente.

Circo-Dovrosky

La storia s’inserisce negli anni che precedono e vedono lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale: sembra quasi che il destino abbia voluto giocare brutti scherzi ad una famiglia povera di Mosca che si vede costretta ad abbandonare la propria casa e anche i due figli maschi, Alexej e Yuri, a causa del vizio del gioco d’azzardo del padre.

Conosciamo quasi esclusivamente le vicende di Yuri che, abbandonato dal padre in un circo di passaggio a Mosca, il cosiddetto Circo Dovrosky, imparerà ad adattarsi a qualsiasi situazione e ad entrare a far parte del nutrito gruppo di artisti che popolano il circo. Qui verrà cresciuto come un figlio da Fedor Polarek ed Edna e conoscerà Jean, un ragazzo vivace e buono che diventerà quasi un fratello per Yuri.

Il dramma storico si intervalla alle vicende personali di Yuri: costui imparerà a conoscere il vero significato dell’amicizia grazie a Jean e l’amore che lo legherà per tutta la vita ad una ragazza ebrea, Jasmine, con la quale però il destino ha deciso di giocare un tiro meschino.

Durante gli anni della guerra Yuri riuscirà, però, a riallacciare i rapporti con sua sorella Maria e a chiudere, seppur in un modo poco ortodosso, i conti col suo passato.

È un libro che consiglio poiché permette non solo di trascorrere del tempo piacevole ma crea anche un’atmosfera più raccolta che rende la lettura spedita e cattura l’attenzione di noi lettori sulle vicende dei vari personaggi, soffrendo e sognando con essi.

Irene Cambriglia

Il bacio più breve della storia di Mathias Malzieu

Il bacio più breve della storia edito da LaFeltrinelli
Siamo a Parigi.
In un teatro.
E in una sera come tante, al Théatre du Ranard, l’orchestra suona It’s Now or Never. 
Ma non è una sera qualsiasi per due ragazzi, lui, un inventore tendenzialmente depresso, lei, una donna tanto bella quanto misteriosa. Proprio in questa magica notte si scambiano un bacio, il bacio più breve della storia.

 

A seguito del bacio, seppur breve, così intenso, lei scompare nel giro di un istante, come se la sua bocca fosse un “interruttore corporale”. I suoi passi riecheggiano, il suono è flebile finché, ad un tratto, svanisce.
Ebbene, non è scomparsa: è diventata invisibile.

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E così parte una quasi interminabile ricerca, inizia questo spasmodico tormento, un’insaziabile voglia di rivederla, toccarla, baciarla. Guardarla.
“Le donne invisibili sono molto difficili da ritrovare”, sono le parole di Gaspard Neige, un famoso detective ormai in declino, dall’aspetto simile ad un orso polare, caldamente consigliato dalla farmacista Luisa.
Gaspard è molto di aiuto: è possibile rintracciare qualsiasi donna grazie al suo pappagallo speciale, in grado di captare qualsiasi odore, intermittenze del cuore, qualsiasi sapore.
Il protagonista, abile inventore, riesce a mettere a punto un cioccolatino in grado di riprodurre fedelmente il sapore di quelle labbra, carnose e leggiadre, e le sensazioni scaturite da quel brevissimo bacio. I due riescono a trovarsi, a vedersi senza guardarsi, assaporarsi senza sfiorarsi.
Entrambi provengono da passati cavillosi, con storie d’amore instabili e struggenti.
Il mio cuore era finito nel fossato di un castello cassaforte di cui avevo ingoiato la chiave.
Entrambi spaventati scelgono la vulnerabilità e la possibilità di amare nuovamente, finché il passato del protagonista tornerà a bussare alla sua porta.
Non amare troppo era la chiave per non scomparire e non soffrire troppo.
L’invisibilità è un’arma a doppio taglio: è più facile nascondersi e difendersi dall’amore, anche se un amore basato sul ricordo di un bacio è molto fragile.
Linda Peotta