Il morbo di Haggard di Patrick McGrath

In questa recensione su Il morbo di Haggard di Patrick McGrath, edito da Adelphi Edizioni, saremo io e la bookaniera Mavi a darvi le nostre impressioni.

Il morbo di Haggard

Il libro è piaciuto molto ad entrambe ma è stato inevitabile paragonarlo ad un altro libro scritto da questo stesso autore, ovvero Follia, letto pochi messi fa e considerato da noi molto più completo e coinvolgente.

Se dovessimo definire questo libro con una parola, credo sia particolare, poiché McGrath ha voluto ricreare il percorso mentale del protagonista, il dottor Haggard appunto, non del tutto chiaro.

Nel corso della lettura si fatica a seguire il flusso di pensieri del protagonista, ci si rende conto che probabilmente non tutto quello che leggiamo è realmente accaduto, bisogna essere vigili e comprendere il confine sottile tra realtà e follia. Il dottor Haggard ci appare subito come un uomo ligio al dovere e alla carriera ma ossessionato dalla moglie di un suo collega. Per quanto la storia d’amore sia onnipresente nel libro, abbiamo avuto l’impressione che tutto ruotasse attorno la mente contorta del dottor Haggard. Il libro è incentrato sulla “confessione” che il dottore fa al figlio dell’ormai defunta madre, amante dello stesso dottore; si ricostruiscono i tasselli di una vicenda che prende tinte quasi surreali tanto che il finale ci è sembrato molto poco chiaro!

Abbiamo pensato che il dottore avesse una visione tanto distorta della realtà da non riuscire più a distinguere il figlio dalla madre, suo grande amore (ossessione?): ciò spinge il dottore stesso a diagnosticare una disfunzione ormonale al ragazzo che probabilmente a conti fatti neanche esisteva ma era soltanto frutto della sua pazzia. Anche la scena finale del dottore che bacia il ragazzo morto sembra essere fatto perché crede sia la donna amata e lui deve in qualche modo riportarla in vita.

Concentrandoci, invece, sulla relazione tra il dottor Haggard e la moglie di un suo collega, questa ci è apparsa come una situazione “di comodo”, almeno da parte di lei: probabilmente annoiata dalla vita di tutti i giorni, intravede nel giovane dottore una piacevole evasione fin quando poi non si annoia e decide di terminare bruscamente la relazione, questo proprio nel momento in cui il dottor Haggard confessa di voler stare con lei stabilmente. Ma la donna non è intenzionata ad abbandonare gli agi e il lusso garantitole dal matrimonio e sceglie la via più “sicura”. Il colpo di scena arriverà in questo frangente poiché il marito della donna, dopo aver scoperto la relazione clandestina, danneggerà fisicamente il dottor Haggard, condannandolo a vita. Abbiamo appurato, inoltre, che il marito della donna ha una parte di colpa nella vicenda ma è descritto secondo gli abituali cliché dell’uomo che non ha riguardi per la moglie e che è soltanto dedito alla carriera (similitudine calzante con uno dei personaggi presenti in Follia).

Tirando le somme del nostro discorso, crediamo che seppure ci fosse una malattia non era da imputare al figlio della donna ma allo stesso dottore, una sorta di disturbo mentale latente che sotto condizioni di forte stress è fuoriuscito e ha stravolto tutto e tutti.

Il nostro voto è 3 su 5 e vorremo recupero altri libri di quest’autore che sa sempre conquistarci col suo stile “clinico” e diretto.

Irene Cambriglia e Mariavittoria Molitierno

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Benedizione di Kent Haruf

23847378_2008710806033370_8157536893865645436_oSono arrivata all’ultimo capito della trilogia della Pianura, molto più drammatico e doloroso dei precedenti.

Si parla di Dad Lewis, un uomo anziano che sta trascorrendo gli ultimi giorni di vita accanto alla moglie Mary e alla figlia Lorraine, tornata ad assisterlo. Dad rivive il suo passato e i suoi errori, come il licenziamento di un suo dipendente che lo ha portato ad un gesto estremo. Il suo più grande rimpianto è il rapporto troncato con il figlio Frank, trasferitosi a Denver in età molto giovane, per sfuggire all’ambiente soffocante di Holt e al rapporto difficile con il padre.

Dad troverà un piccolo conforto in Alice, una bambina che dopo la morte della madre, va a vivere dalla nonna Bertha May che vive di fronte alla casa di Dad. Alice verrà amata e protetta anche dalle Johnson, Willa e Alene, madre e figlia, entrambe molto sofferenti per le loro vite e da Lorraine, che deve fare i conti con la perdita della figlia.

Infine c’è il pastore Lyle che per le sue idee di pace e libertà verrà emarginato anche da Holt, come era già successo a Denver e dalla moglie e dal figlio che non lo possono sopportare.

In questo libro c’è molta più sofferenza e dolore, a volte persino troppa. Malattie, perdita di persone care, aggressioni, violenze, estrema solitudine. I personaggi, nonostante ciò, riescono ad andare avanti nella loro vita con semplicità e senza mai lamentarsi. Lo stile di Haruf, scarno ed essenziale, continua a piacermi e rappresenta il punto di forza di questo libro. Ci sono alcune scene particolarmente suggestive, come quando Lorraine, le Johnson, Mary e la piccola Alice fanno il bagno nell’abbeveratoio nella torrida estate trovando refrigerio nel corpo e nelle sofferenze.

Libro consigliato.

Federica Molitierno

Il mio cane del Klondike, Romana Petri

Una lettura che accarezza il cuore, che è dedicata a tutti quelli che, guardando il proprio cane, hanno pensato: “Lui è la mia famiglia”.

Il mio cane del Klondike è l’ultimo romanzo di Romana Petri, edito da Neri Pozza e in uscita a dicembre. Ho iniziato questa lettura in occasione del GruppoDiLetturaDay del 2 dicembre, e devo ammettere che non avrei mai immaginato che effetto avrebbe avuto su di me una storia così.

La nostra protagonista è una giovane donna, un’insegnante, amante dei cani. Una delle sue ordinarie giornate è interrotta da un evento: un cane nero, in uno stato terribile, è quasi morente nel cortile della scuola. Lasciare che altri sguardi si posino indifferenti su di lui non fa per lei, deve salvarlo, portarlo con sé. Inizia così questa relazione che ha pochissimo di convenzionale, in cui conoscersi vuol dire mettersi alla prova.

Osac, che è l’anagramma di Caos, è un cane complicato, che ha subito l’abbandono da parte di coloro cui aveva affidato se stesso, e combatte quotidianamente quel senso di diffidenza nei confronti del prossimo. È irruento, non rispetta le regole, se ne infischia anche. È una forza della natura, che tutto travolge al suo passaggio.

E alle prese con questo uragano canino, la protagonista impara a conviverci, impara a comprendere ogni suo linguaggio, ad attribuirgliene moltissimi altri. Descrivere l’amore per il proprio cane è come descrivere quello che si prova nei confronti di un fratello o di una sorella. È vero, lo percepiamo ogni volta che il nostro sguardo incrocia quegli occhi. Ma è ancor più difficile descrivere l’amore che un cane può dare a noi – perlomeno, sarebbe un’impresa difficile per chiunque eccetto per Romana Petri:

Esisterà mai una storia, tra cane e padrone, in cui il padrone abbia amato più del cane? Sono in fondo così superficiali i sentimenti nostri, poca cosa. Siamo mobili, non esiste in noi quella fissità animale e stabile, quell’essere come si è, e costantemente. Accanto a noi gli animali assimilano i sentimenti, ma con la purezza primitiva loro, quella che noi non possediamo. Loro sono i fedeli a loro stessi, i rimasti uguali. Noi no, l’evoluzione ci ha portati molto in alto, l’intelligenza ci ha dato il ruolo dei prescelti. È sulla fedeltà sentimentale che siamo rimasti molto indietro rispetto a loro. L’animale impara dall’uomo l’amore. E poi ci resta fregato. Mai visto un padrone morire sulla tomba del cane. La purezza di cuore… Non per niente ogni animale è medium, cosa che tocca di rado all’uomo. Discorsi inutili da fare a chi non ha mai avuto un animale in casa, a chi l’ha avuto senza osservarlo, senza sentirsi un privilegiato per il fatto di averlo lì, con quegli occhi e quegli atteggiamenti, quel temperamento.

E qualcosa accade, in questa storia che l’autrice racconta al suo lettore a tu per tu. Una gravidanza, sicuramente non programmata, ma che deve necessariamente salire al primo posto nella vita di questa donna. A rimetterci, è Osac.

La psicologia di questo animale che sembra arrivare direttamente dal Klondike, da quelle terre nevose e profonde di Jack London, ha la capacità di trasmettere un senso speciale di affetto e di rispetto nei suoi confronti. Leggendo ogni episodio che lo vede protagonista è come sistemare un tassello di conferma in quel puzzle che è la nostra personale esperienza di vita a contatto con gli animali.

La scrittura scivola, con picchi sorprendenti di emozione pura. Romana Petri cattura le istantanee di questa relazione e le spiattella così, crudamente, sulla pagina. Questo libro ha aperto in me uno squarcio, mi ha permesso di riflettere e di rivalutare i miei gesti e quelli del mio dolce animale peloso, in modi che non sono propriamente in grado di riportarvi in questa recensione, se non suggerendovi di leggere Il mio cane del Klondike. Non ve ne pentirete.

Giovanna Nappi

La tagliatrice di vermi e altri racconti di Gaetano Barreca

23915645_2008405406063910_7014617996237808286_nLa Tagliatrice di vermi e altri racconti di Gaetano Barreca, edito dalla Wip edizioni, è uno scrigno, di quelli magici, ricchi di sorprese. Al suo interno è possibile ritrovare la tradizione, quella che un po’ tutti abbiamo dimenticato. La tradizione di Bari e della sua Città Vecchia, un cuore pulsante, accogliente, con una propria identità. Un luogo dove la credenza popolare e le varie superstizioni, hanno creato un bagaglio culturale immenso fatto di storie e misteri.

E’ in questo che Barreca entra, ci accompagna man mano per farci scoprire, attraverso sette racconti e vari saggi, quelle credenze popolari che sono rimaste custodite di famiglia in famiglia, in una piccola zona della città.

Ancora oggi passeggiando per la Città Vecchia si può scoprire un vero e proprio mondo, in cui tutti conoscono tutti, ci si odia, ci si ama, ci si “impiccia” l’uno dell’altro e si sta assieme. Dove l’ospitalità viene prima di tutto e si ha sempre tempo per una chiacchiera.

Bari Vecchia viene perfettamente descritta dall’autore, il quale dal 43 agli anni 70 ci racconta attraverso dei racconti quelle che sono le tradizioni più importanti della nostra comunità.

Barreca è di Reggio Calabria, eppure ha scelto Bari come sua casa letteraria, affascinato da ciò che la città nasconde, dal suo cuore fiero e caotico, ricco di avversità ed amore. Prima con “Dopo il funerale” ed ora con “La tagliatrice”, dimostra di saper parlare in modo egregio della città, e di rappresentarne l’animo.

Il racconto che dà il nome al libro, narra una vicenda nascosta ma importante nel bagaglio culturale barese. La tagliatrice di vermi è una figura che tramanda di nonna in nipote o meglio di suocera a nuora, le conoscenze per tagliare i vermi nel ventre dei bambini. Formula e rito, necessari per guarire l’infante, che prima di essere raccolti da Alfredo Giovine (autore barese) erano strettamente segreti.

Barreca grazie alle sue ricerche è riuscito, a chi come me ne sapeva poco, ad incuriosire e ad insegnare qualcosa di importante ed unico sulla propria realtà.

Modernità e tradizione, nonostante la diversità, possono convivere e rappresentare due facce di una medaglia da tenere ben stretta. Essere moderni senza dimenticare chi siamo, e apprezzare ciò che la Storia ci ha lasciato, il nostro passato.

Fascisti, streghe, spogliamadonne, masciàre, tagliatrici, fate della casa, si susseguono in una serie di storie coinvolgenti ed interessanti che catturano il lettore avidamente.

La seconda sezione del libro, l’approfondimento, placherà la vostra sete di conoscenza, analizzando le varie storie e le varie dicerie, legate a misteri e miracoli (come quello della Cattedrale di San Sabino).

Barreca con il suo linguaggio pulito, scorrevole ed ironico ci accompagna in una lettura ricca di Storia, curiosità e magia, lasciandoci affascinare da quei personaggi così pittoreschi e genuini che ci divertono tra una frase in italiano ed una in dialetto.

Un libro da assaporare sia per chi è di Bari sia per chi non lo è. Un modo per rituffarsi nella tradizione e lasciarsi incantare dai misteri di una città tutta da scoprire.

Ilaria Amoruso

La traiettoria dell’amore di Claudio Volpe

La protagonista di La traiettoria dell’amore, edito da Laurana Editore, è Andrea, una tatuatrice romana che da qualche anno ha trovato la sua dimensione insieme a Sara, sua compagna e studentessa di Filosofia con un passato da prostituta alle spalle.
Una sorte di stabilità flebile, che verrà sconvolta da lì a poco da Giuseppe, fratello di Andrea.
Correvi.
Ad aprire il romanzo sono le parole di Andrea, rivolte al fratello ormai dimenticato Giuseppe. Infatti, sono ben cinque anni che Andrea e Giuseppe si sono persi di vista.
Hanno interrotto i rapporti alla morte dei loro genitori: “il fascista”, padre burbero e maschilista, incapace di amare i propri figli, e una madre troppo succube del marito per imporsi e difenderli.
Chi ti ha visto sfrecciare ha trattenuto il respiro come nel mezzo di un tuffo.
L’istinto, che si impone sulla ragione, ci porta a percorrere strade che le nostre gambe non sapevano di conoscere. Ed è così anche per Giuseppe, che si ritrova a bussare alla porta della sorella la sera dell’incidente che lo rende unico responsabile della morte di una povera ragazza, colpita e uccisa dalla sua Fiat cinquecento.
Come afferma anche Sarte, mettersi ad amare qualcuno è un’impresa, bisogna avere un’energia, una generosità, un accecamento. Ed Andrea è accecata, energica. E decide di aiutare il fratello a fuggire, scappando insieme, perché nonostante il loro trascorso gli vuole bene. Una decisione poco ponderata che destabilizza il lettore, ignaro delle intenzioni di questi personaggi folli, che hanno solo voglia di rimediare e ritrovarsi. Partono così in questo viaggio che ha quasi dell’inverosimile, alla ricerca del proprio posto nel mondo, condito di confidenze e segreti mai svelati.
La felicità assoluta non esiste. Esiste la felicità consapevole che è un cuore pulsante avvolto in un filo spinato. Una felicità che batte anche nella sofferenza.
Quello di Claudio Volpe, giovane scrittore pontino, è un romanzo di amore fraterno e non solo, amore per la vita, questa vita che talvolta ti propone sfide troppo ardue da affrontare, che vorresti arrenderti e soccombere e invece -lo so, è banale- riesci a sollevarti, a capire dove andare. “Perché anche nel buio più fitto una via di salvezza c’è sempre, ed è quella traiettoria che solo l’amore sa disegnare.”
Linda Peotta

Berlino 2.0 di Alberto Madrigal e Mathilde Ramadier

“Berlino è povera ma sexy”

Con questa frase, che riassume perfettamente lo spirito del graphic, si apre il nuovo lavoro di Alberto Madrigal e Mathilde Ramadier Berlino 2.0 edito Bao Publishing.

Terzo volume di una trilogia che comprende Un lavoro vero e Va tutto bene, pubblicati rispettivamente nel 2013 e nel 2015, Madrigal prosegue la sua opera narrativa sulla stessa scia dei primi graphic.

Il tema trattato continua ad essere quello della disillusione di una generazione, dei problemi economici e personali che i giovani di oggi si trovano a dover fronteggiare quando si rendono conto che i loro desideri, quelli per cui tanto hanno studiato e per i quali hanno sacrificato tutto, faticano a realizzarsi. In un mondo che sembra troppo in crisi e chiuso su vecchi modelli di sviluppo per dare speranza, le difficoltà degli under trenta continuano ad essere al centro della storia.

Se i due lavori precedenti vedevano prima lo svolgersi delle vicende di un giovane disegnatore di belle speranze, spagnolo, in cerca del lavoro perfetto nella grigia Germania (che tanto ha di autobiografico) e poi il frantumarsi dei progetti imprenditoriali di una giovane ragazza squattrinata, la vita raccontata questa volta è quella di Margot.

La ragazza protagonista della nostra storia è una ventitreenne francese laureata in filosofia, che decide di abbandonare la sua patria con un sogno nella valigia: quello di potersi realizzare in una città culturalmente frizzante e viva, piena di possibilità, di giovani e di cultura, come Berlino.

L’arrivo è dei più ottimistici; trasferitasi in casa di un amico libraio, appartamento di epoca prussiana che la faceva quasi sentire in un castello, alimentando l’illusione di aver raggiunto il luogo ideale dove potersi esprimere a pieno, Margot capisce ben presto che il paese dei balocchi non esiste.

Sì, la Berlino anticonformista, libera, priva di pregiudizi e freni esiste, c’è e questa sua vena moderna è percepibile anche nei disegni di Madrigal, dalle linee così sottili e minimaliste, dai colori tenui che rivelano la voglia di un ordine e di una precisione che esiste solo sulla carta ed è in netta contrapposizione al caotico mondo raccontato sulle tavole.

Ma ciò non basta.

Margot capirà, a sue spese, che la capitale della nuova Germania, quella che da tutti i paesi europei è guardata con ammirazione perché fresca e ricettacolo di talenti, dall’economia ridente e in pieno sviluppo, è come un grande caleidoscopio; colorata, vivace, divertente, ma illusoria.

Quando torni a guardarla con gli occhi giusti, con la freddezza di chi sta combattendo per costruirsi un futuro, una carriera, un domani, comprendi che le garanzie non esistono, i lavori veri e con tutela sono solo un miraggio.

All’apparenza è facile far credere ai più, con la giusta pubblicità, la giusta immagine e gli slogan studiati, che il modello di vita proposto sia il migliore di quelli possibili.

Le promesse fanno leva e spesso i più ingenui o motivati ci cascano, venendo a patti con la propria voglia di successo e accontentandosi del lavoro che capita.

Ma se sei giovane e non ti accontenti dei minijobs, quelli sottopagati ( se hai la fortuna di essere pagato), privi di garanzie, di sicurezza, quelli per intenderci, che non ti permettono a cuor leggero di pensare alla possibilità di costruirti una famiglia, la vita non è per nulla semplice.

Inizierai ad odiare la tua scelta, penserai di tornare nel paese dal quale sei partito, perché tanto un futuro migliore non è possibile, inutile provarci.

Oppure, come Margot, ti ritroverai ad amare la città dei finti balocchi e ad accettarne i difetti.

Perché a Berlino ci si affeziona.

Lì si mettono radici.

La si ama.

Nonostante tutto.

“È il tuo bilancio da straniera?”

“Il bello è che non mi sento una straniera.”

Nicole Zoi Gatto


Alberto Madrigal, nato in Spagna e residente a Berlino dal 2007, dopo alcune storie brevi e lavori da illustratore freelance, fa il suo esordio nel mondo del fumetto con la sua prima opera lunga nel 2013, quando pubblica Un lavoro vero (BAO Publishing), di cui è autore completo. Nel 2015 esce Va tutto bene, in cui ritrova i temi dello smarrimento e i sogni di una generazione che lotta per affermare la propria identità. Nello stesso anno realizza le illustrazioni de L’albero delle storie, romanzo per ragazzi scritto da Gabriele Clima e pubblicato nella collana “Il battello a vapore” (Edizioni Piemme). La sua ultima opera è Berlino 2.0, scritto da Mathilde Ramadier e pubblicato da BAO Publishing nel 2017.

Mathilde Ramadier, classe 1987, è autrice, saggista e sceneggiatrice. Dopo aver studiato graphic design si dedica agli studi di Estetica e Psicoanalisi all’Università di Parigi. Nel 2011 ottiene un master in Filosofia contemporanea all’ENS, con una tesi su Sartre. Nello stesso anno, attirata dalla capitale tedesca, si trasferisce a Berlino. Dopo diverse traduzioni dall’inglese e dal tedesco, nel 2013 pubblica il suo primo graphic novel per la Casa editrice francese Dargaud, Rêves Syncopés, per i disegni di Laurent Bonneau. Nel 2016, per la Casa editrice francese Futuropolis scrive Berlino 2.0., disegnato da Alberto Madrigal ed edito nel 2017 in Italia da BAO Publishing.

Berlino 2.0” Book Blog & Vlog Tour

5 tappe, dal 22 novembre al 1 dicembre 2017!

Un modo per conoscere meglio il nuovo libro disegnato da Alberto Madrigal su testi di Mathilde Ramadier, Berlino 2.0, edito da BAO Publishing, attraverso una serie di recensioni, video-recensioni e interviste che vi sveleranno, secondo diversi punti di vista, i lati più interessanti di questo graphic novel!

Per il giveaway, saranno estratti 3 vincitori o vincitrici tra i partecipanti.
Ognuno/a di loro vincerà:
– 1 copia di “Berlino 2.0”
– 1 disegno realizzato da Alberto Madrigal

Per partecipare e poter vincere bisogna:

– Mettere mi piace alla pagina Facebook BAO Publishing
– Diventare lettori fissi/seguire i blog/vlog partecipanti
– Commentare tutte le tappe del blog tour
– Compilare il form con i dati (per il givaway)
– Condividere il blogtour sui social

C’è tempo per partecipare al giveaway fino al 4 dicembre 2017.

 

Ecco di seguito il link per registrarsi e partecipare al giveaway: https://www.rafflecopter.com/rafl/display/8e45a55b1/

“Berlino 2.0”
Mathilde Ramadier e Alberto Madrigal

Book Blog & Vlog tour
22 novembre – 1 dicembre 2017

22 novembre
Fangirl in love with books

www.youtube.com/channel/UCIPdu_wAzER7uI-ErtJULTg

Videorecensione e annuncio giveaway

24 novembre
I bookanieri

www.ibookanieri.wordpress.com
Recensione

27 novembre
Oh ma che ansia

www.youtube.com/channel/UCDUJoCS6hinlcgonvxyUMmw

Videorecensione

29 novembre
La tana del booklover

www.latanadiunabooklover.blogspot.it

Recensione

1 dicembre
A Clacca piace leggere

www.claccalegge.it
Intervista agli autori

Addicted, Serie TV e Dipendenze

Sono una figlia della televisione a tutti gli effetti. La mia infanzia è scandita da ricordi che vanno dai cartoni animati che guardavo prima di fare i compiti, alle serie (Willy il Principe di Bel Air su tutte) che mi accompagnavano nelle mattine senza scuola o nei pomeriggi di allegra pigrizia.

Quando ho avuto la fortuna di imbattermi in questo libro, già dal titolo ho capito facesse al caso mio, sia per la tematica trattata sia per il quando è arrivato nelle mie mani ( piena maratona Stranger Things).

Addicted, Serie TV e dipendenze edito LiberAria, è una raccolta di cinque saggi scritti da altrettanti autori, sulla dipendenza e sulle ripercussioni che essa ha su tutti noi, ossessionati dalle storie che assorbiamo e consumiamo in pochissimo tempo; per gente con il mio (nostro) stesso problema, il binge watching potrebbe diventare a tutti gli effetti uno sport olimpico.

Questo libro indaga i vari livelli di dipendenza, i motivi per i quali una certa serie diventi una droga, il perché dai film spesso si decida di trarre serie TV (ultimo in termini di tempo, l’annuncio da parte di Amazon di produrre una serie basata sulla tanto amata trilogia del Signore degli Anelli), come ogni elemento all’interno della narrazione sia fondamentale ai fini della storia stessa, dalla musica alle inquadrature, come la costruzione minuziosa di un protagonista seriale sia necessaria ad alimentare la dipendenza dello spettatore, reboot, spin-off, revival e altro.

Andando con ordine ecco di cosa si parla in ogni saggio.

Le altre vite del cinema di Leonardo Gregorio.

Parte da tre serie Ash VS Evil Dead, Minority Report e Fargo che nascono da altrettanti film di autori celebri Raimi, Spielberg e i fratelli Coen e va avanti analizzando il perché questi tre esperimenti abbiamo avuto o meno il successo della loro versione cinematografica e quanto dell’universo narrativo del film è stato sfruttato e ampliato, capendo in questo modo, il perché un tentativo del genere possa o meno funzionare.

Il ritmo delle storie di Michele Casella.

“In un’epoca in cui la trasmissione dei dati è permanente e permeante, la diffusione mediatica ha portato con sé un costante rumore di fondo a cui sembra impossibile sfuggire.”

Così inizia il secondo saggio che riferendosi a serie estremamente iconiche come Stranger Things, Twin Peaks e Gomorra, indaga lo stretto legame che intercorre fra la scelta della colonna sonora di una serie e il successo che ne deriva.

Lo studio di questa connessione è estremamente interessante perché molto spesso, proprio come accade ad un libro bello in copertina ma deludente nei contenuti, i creatori di una serie devono essere attenti a non creare false aspettative con la scelta di sonorità che richiamano una precisa atmosfera. La scelta musicale esprime coerenza e fornisce il più delle volte lo strumento necessario al successo mediatico di un certo prodotto, facendo leva su riferimenti pop ricercati e mirati.

La trama e il personaggio di Marika Di Maro.

Qui viene posto l’accento sull’importanza che riveste la scelta di un protagonista dalla personalità non banale, tondo, affascinante per tratti particolari del suo carattere e che proprio per la sua non banalità, riesce ad attrarre l’attenzione dello spettatore che non riuscirà più a fare a meno di seguire l’evolversi della sua storia.

Le due serie prese in esame sono Pretty Little Liars e LA serie, ovvero The Big Bang Theory. Inutile sciorinarvi la mia passione sconfinata per il dottor Sheldon Cooper, ma anche chi non segue le vicende degli scienziati di Pasadena, potrà concordare con me sulla straordinaria abilità recitativa di Jim Parson che è stato in grado di far affezionare milioni di spettatori alle vicende di un gruppo nerd, costituito da scienziati inabili a rapportarsi con le donne, io direi il mondo al di fuori della scienza e dei fumetti in generale, che nel corso delle stagioni subiscono una vera e propria metamorfosi, crescendo e maturando.

Sheldon Cooper-The Big Bang Theory

Love addicted di Jacopo Cirillo.

Vengono spiegati i cinque gradi di dipendenza affettiva nelle serie TV.

Dipendenza distruttiva: The Affair;

Dipendenza spezzata: Fleabag;

Dipendenza funzionale: Ray Donovan;

Dipendenza elastica: Love;

Dipendenza terapeutica: You’re the Worst.

Vanno, in ordine, da una dipendenza negativa ad una positiva. Ovviamente nella vita vera la dipendenza è sempre negativa, ma qui il tema è un altro; citando il testo “di quanto e come la dipendenza affettiva serva alle cinque storie in analisi per funzionare bene.”

The end di Carlotta Susca.

In quest’ultima parte si ragiona sulle serie e sui loro finali. Su quelli deludenti, quelli mai arrivati e sulle reazioni del fandom e di come abbiano, in alcuni casi, fatto la differenza costringendo gli autori a proporre finali alternativi.

Quelle citate sono Sense8, Better Call Saul, la mia preferita in assoluto Gilmore Girls, Twin Peaks e ovviamente How I Met Your Mother.

Anche se la decisione di trattare un tema tanto leggero come possono essere le serie TV, che noi tutti guardiamo principalmente per distrarci, con la serietà e la precisione tipica della forma saggio, consiglio agli appassionati di leggerlo e, in alcuni punti, di studiarlo con attenzione. Capire come si insinua in noi la voglia di non staccarci da un preciso format, da una storia, da un universo fittizio e di come ci leghiamo emotivamente a personaggi che prendono vita sul piccolo schermo è stato decisamente rivelatore per me.

“La dipendenza, per definizione, non finisce. Quando finisce, smette di essere tale.”

Nicole Zoi Gatto