Le notti blu di Chiara Marchelli

“Quando è successo, Michele stava mangiando acciughe fritte. (…) Da quel momento non c’è stato modo di liberarsi della nausea tutte le volte che le mangia.”

L’odore forte, il sapore acre, pungente lo sentiamo anche noi sin dalle prime pagine. 
La storia che ci accompagnerà per tutto il romanzo è quella di una famiglia all’apparenza come tante, quella di Michele e Larissa, stabilitisi per lavoro a New York (come la stessa Marchelli) genitori di Mirko, un ragazzo speciale, brillante e promettente.

“Sai cosa mi ha detto mio figlio quando aveva undici anni? Il passato è la chiave del presente.”Un impercettibile movimento della testa da un lato, il tovagliolo che riprende a girare sul bordo del bicchiere: “un ragazzo intelligente.”

Dalla vita americana Mirko vorrà allontanarsi per amore; deciderà di tornare in Italia e sposare Caterina, donna mai totalmente accettata dai genitori ma della quale il figlio sembra essere perdutamente innamorato.
La normalità di Michele e Larissa sarà ben presto messa alla prova dal suicidio del figlio, avvenimento che, come possiamo aspettarci, scombussolerà l’equilibrio psichico ed emotivo della coppia. Se da un lato Larissa sembra più dura, donna tutta d’un pezzo che dopo un iniziale shock sarà determinata nell’andare avanti, dall’altro abbiamo Michele, il padre, così legato al figlio da perdersi spesso nei ricordi dei tempi andati, quando le notti insonni di Mirko venivano riscaldate dal rito del latte.

“In fondo è solo per sentire l’odore del latte che si scalda, del miele che si scioglie dentro. Ha un profumo tutto d’infanzia. Così forte e preciso che poi Larissa non è più riuscita a sentirlo senza star male.

Per lui, adesso, l’illusione che sia una di quelle notti di tanto tempo fa. Mirko un momento in bagno per fare la pipì mentre il latte si scalda. “Non farlo bollire” gli diceva sempre. Michele fissa la panna aggrumata contro il pentolino, impigliata al bordo a ballonzolare in bilico sulla tazza. “Che schifo!” griderebbe suo figlio bambino.

“Che schifo” dice Michele mettendo il pentolino nel lavello, il lembo di panna cascato floscio nel filtro dello scarico.”

Passato e presente si fondono costantemente, quasi a voler sottolineare la costante presenza di quel figlio che non si è saputo aiutare, ascoltare, fermare. 
Lo stile della Marchelli accompagna la narrazione con precisione chirurgica; le parole intagliano nella pelle sentimenti vivi e profondi, perché narrare di una perdita senza sensazionalismi ma con delicatezza e garbo non è da tutti e quando un avvenimento del genere viene trattato con il rispetto che merita, non può che far piacere.

Fra digressioni e ricordi verranno a galla cose nascoste che i genitori, come Caterina, non potevano aspettarsi. E così ci fermeremo più e più volte sulle pagine soppesando ogni parola e chiedendoci anche noi come sia possibile non conoscere mai fino in fondo chi ci sta tanto vicino.

“Bisogna essere sfrontati, infinitamente più forti, e piazzarci davanti la vita che rimane da vivere, e senza paura dire tu adesso vali di meno. Aprire tutte le finestre, spalancare le porte, uscire nel vento a farsi confondere, spezzare l’ostinazione, abbandonarsi. Sarà capace, un uomo nuovo, di tutto questo? Perché Caterina è ancora in tempo, il tempo le è dovuto.

Lui e Larissa sono una cosa diversa: loro possono solo procedere attaccati uno al braccio dell’altra affondando come nella sabbia.”

Lettura che colpisce ve la consiglio se siete lettori pronti a fare i conti con la vostra parte più emotiva e sensibile perché non vi lascerà indifferenti.
Il senso della perdita vi avvolgerà e vi sentirete immersi nel blu della malinconia.

“Mirko, Mirko, Mirko, Mirko Mirko, Mirko, Mirko, come ti piacerebbe questo posto.

Mirko, Mirko, Mirko, figlio mio.

Ma cosa ti è venuto in mente.” 

Nicole Zoi Gatto

Scheda libro 

Autore: Chiara Marchelli  
Editore: Giulio Perrone Editore

Pagine: 233
Costo: 15 euro 

Malaparte. Morte come me di Monaldi & Sorti

Malparte_MortecomemeMalaparte. Morte come me (edito da Baldini&Castoldi) è stato un romanzo scoperta. Un romanzo di quelli che non ti aspetti sia così avvincente, ricco di spunti, descrizioni, emozioni. Lo scopri strada facendo, pian piano, quando tutto viene svelato, mostrato e cominci a capire, a sorridere. Vedi Curzio Malaparte muoversi per Capri, lo vedi parlare col suo cane Febo, lo vedi agire, gioire, pensare, calcolare. Lo vedi fallire e rinascere. Lo vedi.

E’ qui il punto, Monaldi e Sorti riescono a render vivo ancora una volta Malaparte, a renderlo ancora quel grande scrittore che è stato.

Curzio infatti è nei guai, è l’estate del 1939, la guerra è alle porte e Malaparte è una figura scomoda in Italia, per il Duce. Viene così accusato dall’OVRA di aver ucciso una ragazza inglese, Pam Reynolds. Da qui inizierà un lungo viaggio per risolvere il mistero, per scagionarsi. Un viaggio che è in realtà molto altro, è un viaggio per redimersi, per conoscersi meglio, più a fondo, ed espiare il dolore di una vita, il dolore degli errori.

Morte come me non è soltanto il classico “giallo”, ma molto altro. Diventa la chiave di lettura di una vita, della vita di ognuno di noi. In Morte come me c’è tutto: dolore, morte, vita, sogni, coraggio. C’è la nostra forza di volontà di sopravvivere, la nostra volontà di rimediare.  Perché la morte è parte di noi fin dalla nascita e tutti sappiamo che dovremo accostarci a lei sempre.

Malaparte è un romanzo per riflettere, per andare al di là del solito “caso” da risolvere tipico del genere. Malaparte è un modo per conoscere Capri, per conoscere la situazione italiana nel 1939, i potenti, la gente che conta. E’ un romanzo che dimostra l’importanza del nostro legame con la natura, che definisce ciò che siamo, come siamo nati. E’ un romanzo che ci mette in comunicazione con gli animali: bellissimo il rapporto tra Curzio e Febo, il suo cane. L’uno è l’altro, e viceversa, pensano all’unisono, agiscono all’unisono. Come dirà lo stesso protagonista, il cane è il prolungamento di noi stessi, ragiona come noi,  prova ciò che proviamo noi. Ci dimostra che ciò che ci circonda e ci è vicino, ciò che amiamo, è strettamente connesso col nostro io ed è simile a noi. Ci influenziamo a vicenda.

Morte come me è, quindi, un libro con molti piani di lettura. Un libro che ci permette di approfondire vari campi umani e anche di avvicinarci alla figura di Curzio, un uomo stravagante e molto importante per la letteratura e l’Italia negli anni del primo 900.

Un libro consigliatissimo anche a chi non è amante del genere.

Ogni scrittore, ogni attore, ogni musicista trova il proprio spettro in un cane, il cane che mette a nudo il suo inconscio, e lo fa diventare se stesso. Direi anzi che il vero compito di ogni cane è proprio guarire l’inconscio del suo padrone.

Ilaria Amoruso

Amici per paura

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“Amici per paura” di Ferruccio Parazzoli è un romanzo che vede come protagonista Francesco, un bambino di nove anni, figlio di una famiglia appartenente alla piccola borghesia di Roma. A Francesco piace giocare, in particolare, a fare la guerra, in un periodo dove la guerra c’è e spaventa, con il suo amico Domenico, vicino di casa, con il quale gioca con soldatini di carta, soldatini inglesi, tedeschi. Soldatini italiani.

Francesco non aveva paura dei bombardamenti, gli sembrava impossibile che le bombe cadessero proprio lì dove era lui, sicuramente ci sarebbero stati i morti, ma era chiaro che lui, di tutto questo, era e sarebbe stato solo uno spettatore.

Secondo Francesco i bambini non muoiono e lui si sente come uno spettatore immortale, divertito dalla guerra anziché esserne spaventato come invece lo erano sua madre e sua sorella Cristina.
“Da grande, voglio fare il Fante” risponde Francesco tra i banchi di scuola. Guarda con ammirazione i soldati, considerandoli degli eroi.

La monotonia si rompe a seguito di un bombardamento violento a Verano, San Lorenzo, che costringe la famiglia di Francesco a spezzarsi, a separarsi da Roma e trasferirsi a Macerata, sfollati in una canonica di preti.
Ora Francesco vuol diventare prete. E di nuovo, a seguito dell’omicidio di Don Emilio, il prete partigiano che li aveva ospitati, si ritrovano costretti a scappare, diretti nuovamente a Roma, una Roma però distrutta dai razionamenti.

La città è allo stremo, soprattutto per la mancanza di alimenti più necessari alla vita quotidiana, manca il pane, lo zucchero, il latte, la farina, il sale, si moltiplicano gli assali ai forni, per non più riaprirli.

Francesco non dice nulla in casa ma vede come anche il gas non arriva quasi più e, delle sere, perfino la luce elettrica.
Tra le strade di Roma ritrova l’amico Domenico. È cambiato: non è più il bambino spensierato con cui giocare alla guerra. Domenico è capo della Compagnia “dei giacimenti”, una banda di ragazzini il cui scopo è quello di trovare, tra le macerie, oggetti di valore, libri e legna da poter rivendere.

Il fascino dell’avventura tra quei muri crollati e pericolanti, scoprire i segni delle vite distrutte e nascoste sotto mucchi di calcinacci, lo ha conquistato.

È grazie a quest’attività che incontra il signor Anselmo, un anziano mercante di libri, il quale lo indirizza verso la letteratura. E per questo Francesco capisce che, una volta che sarà tornato a scuola, vuole diventare uno scrittore.

Sul marciapiede della via Appia Nuova, davanti alla casa in cui era nato, Francesco guardava sfilare la 5° Armata americana. Dalle jeep, dai trasporti scoperti, dalle torrette dei Patton, i soldati vittoriosi lanciavano, sulla folla dei romani plaudenti, sigarette e albicocche secche.

A questo punto il mio consiglio è quello di iniziare la lettura solo se si è amanti d questo periodo storico. A me personalmente non ha impressionato molto. L’idea di dare voce alle impressioni di un bambino è buona e per me nuova, per questo trovo il libro molto interessante ma, d’altra parte, deludente perché alcuni passaggi erano un po’ lenti. Tuttavia ammetto di esser rimasta con il fiato sospeso, perlopiù preoccupata dalla sorte della famiglia di Francesco.

Linda Peotta

Un’educazione milanese di Alberto Rollo

Cerco ponti in cui lo spaesamento e il sentirmi a casa coincidano. E su questi ponti finiscono con l’apparire, tenere e meridiane, le figure che mi riconducono là dove io sono cominciato e dove è cominciata, per me, questa città.

Si apre così il primo (e spero non unico) libro di Alberto Rollo, direttore letterario per la casa editrice Feltrinelli da oltre vent’anni, edito però da Manni Editore per una precisa scelta dell’autore, come afferma in una sua intervista.

Se non fosse che risulterebbe un tantino pedante la recensione, avrei volentieri inserito soltanto le frasi tratte dal libro perché credo che descriverlo risulterebbe superfluo e non arriverei mai a dargli la giusta importanza.

Sarò esagerata? Non vi so dire, probabilmente sì perché il mio giudizio è offuscato dallo stupore e la bellezza che mi ha trasmesso questa lettura.

Ogni forma di educazione ha una durata, un’evoluzione e una conclusione

L’intento dell’autore è quello di svolgere una «ricognizione» della sua città natale, Milano, per delineare il quadro di quest’educazione milanese che lo ha accompagnato dagli anni dell’infanzia fino al limite dell’età adulta.

Egli ci racconta gli anni della sua infanzia in una zona periferica di Milano, all’interno di una famiglia appartenente alla classe operaia, con un’educazione paterna molto rigida e intransigente, intrisa di comunismo e cristianità. È molto toccante la parte in cui Rollo racconta delle gite compiute col padre nella zona ferroviaria della città poiché sono gli unici momenti in cui il piccolo Alberto si sente più vicino a questa figura paterna sempre molto riservata e poco incline a manifestazioni di affetto.

Come lo stesso Rollo afferma «La ferrovia è il fondale di tutta la mia infanzia.» e «In quella Milano delle officine (che è stata anche di mio padre) mi sembra di poter riconoscere il germe di una diffusa educazione milanese…».

Passiamo dalla Milano delle officine degli anni ’50 ad una città dello spettacolo, in particolare del teatro, negli anni ’70 e Rollo vivrà sulla propria pelle questi cambiamenti, avvicinandosi a poco a poco alla piccola borghesia. Questi saranno gli anni delle amicizie più importanti per l’autore, come quella con Marco, futuro architetto che sogna una Milano all’altezza della sua bellezza intrinseca, con il quale aveva stretto la promessa di cambiare il mondo assieme.

Fra la Milano di operai e artigiani della mia famiglia e l’altra, genericamente borghese e intellettuale che avrei conosciuto più tardi, non c’erano rapporti.

La velata malinconia dell’ultima parte del libro mi ha emozionata tanto, soprattutto per quello che riguarda l’ineluttabilità della condizione umana costretta a osservare e vivere il perenne cambiamento. Le parole di Rollo sono incisive perché non riconosce quasi più nulla oggi della sua vecchia Milano e non può fare altro che passeggiare per le vie osservando i cantieri che minacciano di sconvolgere sempre più la sua città.

Il libro presenta uno stile molto ricercato e leggendolo si capisce perfettamente la cura nella disposizione di ogni singola parola nel testo, quasi che il tutto si sia scritto da sé senza bisogno di un autore.

Sono totalmente convinta che il romanzo di Rollo possa rientrare nella cinquina e spero tanto che vinca perché è un libro validissimo ed è necessario che venga conosciuto e letto.

E nondimeno a ogni perdita siamo messi bruscamente o progressivamente davanti alla fatica della bellezza del vivere, come se non altro che maculato potesse essere il quadro in cui si materializza il nostro sentimento dell’esistenza.

Irene Cambriglia e Federica Molitierno

“Le cento vite di Nemesio” di Marco Rossari

Le cento vite di Nemesio è l’ultimo romanzo di Marco Rossari, edito da E/O e candidato al Premio Strega 2017.

Un libro imponente, solo a guardarlo. 512 pagine fitte, ma che vi assicuro non devono spaventarvi.

Le cento vite di Nemesio

Siamo a Milano, è il 1999. Nemesio è il protagonista, è un ragazzo che conduce una vita piuttosto anonima, che è con grandissima probabilità la conseguenza della scelta di fare da contrappeso ad una vita magistrale come quella di suo padre, Nemesio il Vecchio, pittore di una certa fama nell’ambiente. Nemesio figlio, che addirittura rinnega il suo stesso nome presentandosi al lettore e agli altri come Nemo (che vuol dire Nessuno), fa il guardiano in un museo, e precisamente nella sala dedicata ai lavori dei cosiddetti Vuotisti: fatto esplicativo di una vita povera di emozioni e accadimenti.

Nemo non frequenta più suo padre da anni, e nutre nei suoi confronti un sentimento di antipatia e disprezzo, attribuendogli una totale mancanza di affetto genitoriale. Ma qualcosa è destinato a cambiare.

In occasione della serata dedicata alla retrospettiva delle opere artistiche di Nemesio Viti giunto ormai ai cento anni, quest’ultimo è colto da un malore e ricoverato in stato comatoso in ospedale. Questo rimette in discussione l’intero sistema di convinzioni di Nemo, e rappresenta un nuovo inizio per lui e per la storia.

Comincia così un racconto notturno, che si consuma fra le lenzuola del letto di Nemo, nella sua testa, e che comincia nel lontano 1899, quando Nemesio vide la luce per la prima volta. Nei suoi sogni, Nemo diventa suo padre e rivive la sua intera esistenza, un’esistenza eccezionale a quanto pare. Un’infanzia scandita dai seni prosperosi delle balie e le lezioni anticonvenzionali di zio Minervino, l’adolescenza e le prime ispirazioni artistiche, gli studi e i trasferimenti, i primi quadri; e poi la Germania e la sua baraonda orgiastica, Parigi e il circolo degli artisti, le due guerre mondiali.

Tantissimi sono i riferimenti culturali e storici cui Rossari ricorre per arricchire una storia dai toni canzonatori, in cui i protagonisti si divertono a fare la storia, non trascurando l’importanza degli eventi che hanno cambiato intere generazioni. Ma lo scrittore non si erge a grande portavoce della bella Italia, piuttosto si serve degli eventi per disegnare un mondo in cui anche il singolo uomo – Nemesio, Novecento – può cambiare le cose.

Il romanzo è stravagante, fa sorridere, istruisce con leggerezza. Non risulta appesantito neanche quando è la volta delle storie sulla Resistenza. Il lettore legge di Hemingway, di Picasso, e ogni volta non sa mai se credere a quanto accade o se è tutto frutto dell’immaginazione di Nemo. Nemo stesso si interroga su cosa gli stia accadendo. Ogni notte è uno spaccato della vita di suo padre, ogni mattina al suo risveglio è sempre più incredulo e confuso.

Insomma, è proprio il caso di dire che Marco Rossari mi ha stregato e non posso non consigliarvi questo libro.

Recensione di Giovanna Nappi

“Gin tonic ad occhi chiusi” di Marco Ferrante

 

Il libro racconta la storia di Elsa Misiano e della sua famiglia, composta dal marito Edoardo e dai tre figli Gianni, Paolo e Ranieri che lei si diverte a mettere da sempre l’uno contro l’altro. Tra i personaggi principali sono incluse anche le rispettive moglie dei figli e altri esponenti dell’alta e ricca borghesia romana quali Anna Rangone con la mamma Isabella, Nora Nori e il marito e Laura, l’amica perfida e pettegola di Anna. Tutto il libro ruota attorno alla vita dei tre fratelli, fatta di scandali politici, adulteri, divorzi, riconciliazioni e gravidanze inaspettate. Ritroviamo Paolo alle prese con collane costose e un esercito di figli a cui non sa badare, Gianni che farà una scelta drastica ma alla fine si ritroverà solo e Ranieri, il cocco di mamma, a cui alla fine va sempre tutto per il verso giusto. La società che viene descritta è quella della Roma benestante e ricca e risulta essere alquanto frivola e vuota e in questo l’autore ci ha pienamente preso. Lo stile ironico è risultato abbastanza piacevole.

Tuttavia la storia pur essendo scorrevole è parecchio noiosa, così come lo sono le parti aggiuntive e facoltative del testo, in molti punti il racconto sembra non avere senso e in generale i personaggi sono caratterizzati in maniera negativa e si comportano in un modo alquanto banale e scontato. Sembra quasi di essere in un soap opera con piccoli scoop e scandali che però non coinvolgono per niente.

In conclusione non pensiamo che il libro debba andare nella cinquina del Premio Strega

Irene e Federica

Le otto montagne di Paolo Cognetti

“Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia. Saliva senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, e dove il sentiero gli pareva lungo tagliava per la linea di massima pendenza. Con lui era vietato fermarsi, vietato lamentarsi per la fame o la fatica o il freddo, ma si poteva cantare una bella canzone, specie sotto il temporale o nella nebbia fitta. E lanciare ululati buttandosi giù per i nevai.”

Così si apre il racconto raffinato e suggestivo di Cognetti; racconto che attraverso lo sguardo esperto dell’autore, ci fa immergere nel mondo ovattato ma allo stesso tempo duro e aspro della montagna. Lo stile asciutto, diretto ma d’impatto poiché preciso, è la cifra giusta per narrare di un universo fatto di sacrificio, solitudine, intimità e meditazione.

Pietro, protagonista della storia, imparerà grazie al padre, chimico, lavoratore impeccabile, sposato con una donna che condivide con lui questa grande passione per la natura, ad amare la montagna. La conoscerà per aver fatto innamorare i suoi genitori, per aver dato conforto al padre stremato dalla vita di città e anche per avergli fatto scoprire il significato della parola amicizia.

Sì, perché la storia di Pietro si intreccerà presto a quella di Bruno. Un rapporto fatto di silenzi, conversazioni interrotte, parole sospese; un legame che supererà le loro differenze.

Da un lato un giovane ragazzino di città e dall’altro uno di montagna, che conosce la fatica, il lavoro e la crudeltà della natura, costretto a crescere in fretta e a responsabilizzarsi.

Nonostante i lunghi periodi di distanza, ogni volta che i due avranno modo di incontrarsi a Grana, paesino ai piedi del Monte Rosa dove la famiglia di Pietro riuscirà a trovare la pace necessaria, stando lontani dalla vita caotica della città, sembrerà non essere passato un solo giorno.

“Bruno aspettava quel giorno con la mia stessa trepidazione. Solo che io andavo e venivo, lui restava.(…)

Ed era vero: gli ultimi mesi venivano cancellati di colpo, e la nostra amicizia sembrava vivere un’unica infinita estate.”

Esploreranno i luoghi selvaggi e saranno testimoni di quello che è il rapporto uomo-uomo, molto spesso poco raccontato ed estremamente delicato da analizzare. Senza bisogno delle parole saranno legati indissolubilmente per la vita. 

Ma il racconto è permeato anche dalla consapevolezza, data dal passare degli anni, che quel microsistema brutale, legato a filo doppio ai ritmi della natura, così incostante e a volte malevola, si sta perdendo.

La malinconia e il ricordo di ciò che è stato, saranno temi portanti della narrazione; inizialmente il desiderio incontenibile dei genitori di perdersi per i sentieri nevosi e ghiacciati delle Alpi, poi la necessità del figlio di ritrovare la sua dimensione, quella fatta di amicizia quanto di introspezione.

“Non ricordavi bene perché mi fossi allontanato dalla montagna, né che cos’altro avessi amato quanto non amavo lei, ma mi sembrava, risalendola ogni mattina in solitudine, di farci lentamente la pace.”

Evocativo, sentimentale, profondo ed estremamente personale, questo racconto può solo lasciarvi una traccia indelebile.

Questo libro è pura delicatezza e con questa che per me è una delle parti più significative del romanzo, vi lascio alla lettura.

“Era tutto. Quando mia madre finì il suo racconto mi vennero in mente i ghiacciai. Il modo in cui mio padre me ne parlava. Lui non era uno che tornava sui propri passi, né amava ripensare ai giorni tristi, però certe volte, in montagna, anche su quelle montagne vergini dove non era morto nessun amico, guardava il ghiacciaio e qualcosa nella sua memoria veniva a galla. Diceva così: che l’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato. Soltanto adesso capivo di cosa parlava. E sapevo una volta per tutte di aver avuto due padri: il primo era l’estraneo con cui avevo abitato per vent’anni, in città, e tagliato i ponti per altri dieci; il secondo era il padre di montagna, quello che avevo solo intravisto eppure conosciuto meglio, l’uomo che mi camminava alle spalle sui sentieri, l’amante dei ghiacciai. Quest’altro padre mi aveva lasciato un rudere da ricostruire. Allora decisi di dimenticare il primo, e fare il lavoro per ricordare lui.”

Nicole Zoi Gatto

Scheda del libro

Autore: Paolo Cognetti

Editore: Einaudi
Pagine: 199
Costo: 18,50