Bestiario diplomatico di Valerio Parmigiani

Il suddetto libro, scritto da Valerio Parmigiani e pubblicato con Effepi Editore, è un’opera autobiografica sui dieci anni di lavoro svolti dall’autore nella carriera diplomatica.

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L’opera, ricca di riferimenti all’ambito privato e alla carriera di Valerio Parmigiani, è davvero molto godibile grazie ad uno stile fresco ed ironico che accompagna il lettore in questo viaggio che prende il via dall’Italia per poi spostarsi dapprima a Cipro e, infine, in Zambia.

Addio, Cipro sorgente dall’acque. Ti manderò dall’Africa un bel fior che nasce sotto il cielo dell’Equator.

Le vicende descritte sono intessute di riflessioni che l’autore si ritrova naturalmente a fare riguardo la sua vita, poiché a causa del suo lavoro egli è “costretto” a mantenere uno stile di vita che sia all’altezza dell’ambiente lavorativo in cui si trova ad operare, coinvolgendo anche la sua compagna A. che con tenacia riesce a seguire il corso degli eventi in un modo egregio che ho ammirato tanto.

Credo che ci voglia tantissimo coraggio nel decidere di abbandonare la propria casa per un mondo che ha tradizioni, lingua e usi diametralmente opposti ai nostri. E ancora più coraggio occorre nel momento in cui ci si trova a contatto con un ambiente lavorativo che non soddisfa a pieno né le nostre aspettative né la realtà ma si decide ugualmente di proseguire per ben dieci anni. In questo senso l’autore ha saputo delineare, con ricchezza di dettagli, il quadro lavorativo nel quale ha operato per tanti anni, descrivendo la situazione socio-politico-economica-culturale di Cipro prima e Zambia dopo, portandoci a riflettere su quanti aspetti negativi vi siano e quanto può essere fatto per migliorare determinate situazioni.

Ho apprezzato particolarmente gli excursus sui personaggi minori e le situazioni talvolta al limite dello straordinario di cui è stato testimone e vittima lo stesso autore.

Consiglio vivamente la lettura a chi voglia approfondire la conoscenza del mondo della diplomazia o voglia semplicemente divertirsi leggendo cose impensabili ai più.

Irene Cambriglia

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Una vita senza vita. Pirandello in cinquant’anni di lettere, a cura di Arianna Fioravanti

In occasione del centocinquantesimo anniversario dalla nascita di Luigi Pirandello, Giulio Perrone Editore pubblica Una vita senza vita, un libro che raccoglie lettere dello scrittore a partire dalle quali si sviluppa un racconto su chi è stato e cosa ha rappresentato per le generazioni future.

Il testo, a cura di Arianna Fioravanti, ripercorre la vita di un uomo che ha mostrato sin dalla giovinezza una certa irrequietezza interiore, tramutata attraverso il suo talento in opere letterarie degne di nota.

Una vita senza vita

Nato il 28 giugno del 1867, Pirandello trascorre gli anni della formazione tra Palermo e Roma. Sin da subito emerge quel «nero sentimento della vita», sintomo di una disperata condizione interiore da cui diventa possibile sollevarsi soltanto grazie alla scrittura. Emerge quindi un tema ricorrente in tutta la sua vita, quello dello studio come conforto. Sebbene la situazione siciliana non sia disprezzabile, Pirandello sceglie di trasferirsi a Roma col proposito di seguire due percorsi di studio contemporaneamente. Nonostante questi intenti, però, le sue decisioni vengono posticipate con molta probabilità per l’innamoramento nei confronti di Lina.

Dall’87, a Roma, per Pirandello si alternano fasi di entusiasmo a fasi di rifiuto: l’esigenza impellente di realizzare qualcosa di concreto si scontrano con i problemi economici che rappresenteranno una costante in tutta la sua vita; a questo si aggiunge un temperamento poco facile da gestire in sede accademica, dove è tenuto a confrontarsi con «professori d’una ignoranza nauseante». Dall’epistolario giovanile, si evince un sentimento di crescita e cambiamento che si scontra però con la sua controparte negativa: le illusioni sembrano dissolversi lasciando il posto ad un desiderio – talvolta ossessivo – per la ricchezza, che deve essere raggiunta al fine di farsi una posizione.

La poesia, utilizzata inizialmente per comunicare con i familiari, rappresenta per lo scrittore una valvola di sfogo: «mediante i versi Pirandello riusciva a esprimere con più verità la vita che gli palpitava nelle cavità interiori». La prosa è invece trascurata, in favore del teatro, grande amore di Pirandello.

Sempre accompagnato dai fantasmi della mia mente, persona che si agitano in un centro d’azione, uomini e donne da drama e da comedia, che vorrebbero d’un subito saltare su un palcoscenico.

Il teatro apre per lui duplici scenari, in cui vita reale e finzione scambiano continuamente.

Dopo la parentesi di Bonn, in cui si fa sempre più concreta la situazione economica disastrosa e la consapevolezza che l’arte non sia redditizia, con il ritorno a Roma per Pirandello le cose cambiano. Un nome solo: Antonietta.

Gli anni della svolta giungono con il nuovo secolo. Si assiste ad un cambiamento esistenziale e artistico: sono questi gli anni dei primi segni della patologia nervosa di Antonietta, del disastro nella miniera di zolfo, ma sono anche gli anni della prima stesura del Fu Mattia Pascal e della collaborazione col Corriere della Sera.

La vita di Pirandello è stata eccezionale, come si legge dai carteggi, ma l’autore non riuscì mai a godere a pieno dei suoi successi. Se da una parte raggiunge discreti riconoscimenti grazie al teatro dialettale, dall’altra deve affrontare il dramma di un figlio prigioniero e di una moglie pazza.

Quando abbandona il dialetto per un teatro italiano – ricordiamo a questo proposito Così è se vi pare – Pirandello «rende in maniera esemplare il racconto, la parabola della condizione umana di fronte al concetto di verità». Anche successivamente, col grande successo di opere come Sei personaggi in cerca d’autore e l’Enrico IV, Pirandello non viene mai ripagato della grande sofferenza personale. A partire dal 1924, per lo scrittore si apre lo scenario internazionale, l’epoca delle grandi tournée, finalmente la sua fama è tale da permettergli una certa agiatezza economica (di cui non godrà mai a pieno per l’incapacità di gestire il denaro). Ma ancora una volta nuova sofferenza è destinata a scuoterlo: a partire da questo momento della sua vita, per Pirandello ci sarà solo Marta Abba, attrice che rappresenterà per lui un amore insoddisfatto e mai ricambiato.

Negli ultimi anni della sua vita per Pirandello molte sono le delusioni: il fallimento dell’idea promossa dal Duce di una compagnia teatrale di Stato sotto la sua direzione artistica solleva un problema più ampio. Il teatro ha dei problemi che non possono essere risolti. A questo va a sommarsi la delusione nei confronti di un potere politico che avrebbe tarpato le ali degli artisti.

A soli due anni dalla sua morte, nel 1934 Pirandello riceve il Premio Nobel per la Letteratura, a testimonianza di un successo che egli non seppe godere a pieno ma che l’avrebbe reso immortale.

Questo libro ha avuto la capacità di mettere a nudo un’icona del mondo letterario, svelando il lato umano aldilà di quello artistico. La lettura, non sempre agevole, è arricchita da particolari quotidiani legati alle vicende di quest’uomo di cui sarebbe difficile entrare in possesso diversamente. Pirandello è e sarà sempre un baluardo della nostra cultura, e la possibilità di essere in qualche modo “avvicinata” alla sua persona è stato un privilegio.

Giovanna Nappi

E come un sogno la vita vola Lettere 1835-1848 Patrick Branwell Brontë

 

Io e mia sorella abbiamo deciso di recensire insieme questo libro perché siamo appassionate delle sorelle Brontë e abbiamo letto quasi tutta la loro bibliografia. Rigraziamo la flower ed  per la collaborazione e per averci inviato questo piccolo gioiellino.

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La vita di Branwell, costellata di lutti, delusioni sia lavorative che sentimentali, debiti di gioco, alcool e droga ha contribuito a fare di questo personaggio il più controverso della famiglia Brontë. Questo, unito a una debolezza caratteriale e a talenti, pittorici e letterari, mal sviluppati, lo ha portato ad un veloce declino.

La pressione che sentiva su di sé sia da parte delle sorelle, destinate a rimanere nubili e senza mezzi di sostentamento, sia da parte del padre, che si aspettava grandi cose dall’unico figlio maschio, hanno acuito ancor di più la sua forte instabilità di carattere.

Sulle spalle di quel ragazzo, diventato uomo senza accorgersene, gravavano troppe aspettative. Non tutti sanno reagire, c’è chi soccombe e chi sopporta, chi affonda e chi emerge, non possiamo biasimare l’uno e lodare l’altro. Si sceglie una strada, nessuno può giudicarne la giustezza.

Non si può parlare di Branwell senza fare riferimento alle sorelle e al loro grande talento letterario. Fin da bambini i fratelli, grazie a dei soldatini con i quali giocavano, avevano sviluppato una grandissima fantasia scrivendo delle storie e interpretandole, creando un ambiente stimolante dal punto di vista culturale. Non bisogna dimenticare che Branwell è stato messo in ombra dal grande talento letterario delle sorelle, che sotto pseudonimi, avevano pubblicato in poco tempo i loro grandi successi.

Nelle prime lettere Branwell scrisse a vari editori, in maniera piuttosto insistente ed arrogante, chiedendo di poter essere assunto. Scrisse anche a grandi poeti, Coleridge e Wordsworth, chiedendo di dare un parere su suoi componimenti. Bisogna dire che ricevette pochissime risposte a queste lettere.

Leggo per la stessa ragione per cui mangio e bevo, perché è un desiderio naturale. Ho scritto per lo stesso principio di cui si parla, per impulso e sentimento, non potevo farne a meno, perché ciò scaturisce dal mio essere.

Ha fatto vari lavoretti tutti per breve tempo, nessuno dei quali lo soddisfaceva, finchè fu assunto come istitutore della famiglia Robinson, dove lavorava anche Anne, a Thorpe Green; quel momento fu l’inizio della fine. Qui si sarebbe innamorato della signora Robinson, di 17 anni più grande, che non è ben chiaro se lo contraccambiasse o meno. Fatto sta che dopo la morte del marito di quest’ultima, Branwell si aspettava di poterla sposare e di godere dei suoi soldi. Dopo questi fatti non si riprenderà più, arrivando alla morte giovanissimo.

Cosa farò non lo so- sono duro a morire e troppo miserabile per vivere. La mia miseria non è un castello per aria, ma una dura realtà; il mio coraggio giace nel vigore corporale, ma , caro Signore, la mia mente vede solo un orribile futuro al quale desidero apprestarmi come un martire al palo.

Abbiamo sempre pensato a Branwell come ad un peso per le sorelle e la famiglia, poiché spesso era oberato di debiti e spendeva i soldi che guadagnava in alcool. Questo libro ha riabilitato la memoria di un giovane sempre attaccato dalla critica, la quale non ha mai studiato approfonditamente il suo carattere, molto debole e sensibile. È molto triste vedere che Branwell non sia mai riuscito ad ottenere un impiego consono alle sue doti letterarie. In lui non c’è mai stato quello scatto che gli permettesse di terminare un’opera e di farla pubblicare. Sarebbe stato bello avere accanto a Jane Eyre, Cime Tempestose e Agnes Grey, in uno scaffale polveroso, un’opera di Patrick e sfogliarla cercando di rivivere le emozioni dei fratelli, ancora inconsapevoli dei dolori e lutti che avrebbero dovuto patire.

 Erano quattro spiriti uniti, quattro genii, come si definirono nelle loro storie fantastiche.

Federica e Mariavittoria Molitierno

Volevo morire a vent’anni di Camilla Salvago Raggi

Dopo aver trascorso l’intero mese di maggio ad occuparmi dello Stregathon, non mi dispiace l’aver ripreso letture meno vincolanti e più personali, soprattutto se il libro in questione è quello di Camilla Salvago Raggi, Volevo morire a vent’anni, edito da Lindau Edizioni che ringraziamo per la collaborazione.

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Allora mi sono detta che arrivati alla mia età tutto è permesso, anche fare a meno di una trama: semplicemente mettere giù pensieri e parole senza ordine, così come vengono: perché sono pensieri e parole che si hanno dentro e che hanno voglia di uscire, di essere scritti e a quei pensieri e a quelle parole va riconosciuto il diritto a esistere in piena autonomia.

Dunque l’autrice si è proposta, in questo suo (forse) ultimo libro, di mettere nero su bianco tutto quello che riteneva importante salvare dalle nebbie di una memoria sempre più labile: racconta della passione per la scrittura, delle difficoltà a socializzare e sentirsi adeguata e accettata da chi la circondava, della sua infanzia a Genova e il trasferimento a Roma e poi a Campale, di un matrimonio tutto sommato sereno ma finito con la morte del marito, della solitudine di questi anni nella villa di Campale affiancata, però, dagli affetti, dalla lettura e soprattutto dalla scrittura.

Come lei stessa afferma in un’intervista del 2013, il suo bisogno di scrivere è maturato molto di più in tarda età che non negli anni della gioventù, quasi fosse cresciuta dentro di lei una smania di lasciare quanti più segni possibili tra le pagine dei suoi libri. Inoltre, afferma di non aver mai apprezzato il fatto di parlare di sé nei suoi libri ma si è sempre inserita tra i suoi personaggi, quasi con fare “camaleontico”, come si definisce lei stessa.

Perché ogni libro ha un suo odore. Se è nuovo, cioè fresco di stampa, come di una promessa che si spera venga mantenuta. Se è vecchio, sa di passato, di lettura nel cono di un lume a petrolio o alla luce di una candela.

La figura di Camilla Salvago Raggi mi ha sicuramente affascinata perché attraverso il suo stile brioso e ironico ha reso questa lettura piacevole e divertente nonostante si parli anche di vecchiaia e morte; questo perché ci si rende perfettamente conto di quanto l’autrice non senta i suoi 92 anni anzi, trapelano tanta giovinezza e voglia di fare da lasciare stupiti.

Di seguito vi riporto un piccolo assaggio della sua simpatia contagiosa:

Sempre riguardo alla vecchiaia, vorrei dare un consiglio ai miei ventiquattro lettori (dico ventiquattro per non gareggiare col Manzoni che ne ipotizza venticinque)…

Nell’ultima parte del libro si rimarca molto l’aspetto dei bei vecchi tempi andati e dell’incapacità, da parte dell’autrice, di comprendere fino in fondo le nuove tendenze ma, sotto sua stessa ammissione, è consapevole che questi discorsi siano ormai obsoleti e sia dunque impossibile poter frenare il progresso.

Vi consiglio questa lettura? Assolutamente si! Credo che sia una piccola perla autobiografica che vada apprezzata per il tono ironico, la bellezza di carattere dell’autrice e il sapore degli anni passati che lasciano ancora un’eco nel nostro presente.

Morire è una prova difficile, a venti come a novant’anni. 

Irene Cambriglia