Intervista a Giacomo Festi

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In Un giorno di ordinario narcisismo quanto c’è di autobiografico?

Deh… la domanda che mi fanno tutti (ride).

Dipende. Credo che non si possa scrivere nulla senza esserci passati in mezzo, quindi sicuramente qualcosa di autobiografico ci sarà. Posso dire che di mio c’è un certo fastidio per le ipocrisie quotidiane, lo sconforto per gli sforzi che non vengono ripagati e il sentirsi sempre sotto giudizio per non essere riuscito a raggiungere certi traguardi, ma per il resto non credo di potermi rispecchiare nel protagonista e nelle sue disavventure. Alla fine, Un giorno di ordinario narcisismo è un libro incentrato sul sentimento della gelosia e, che ci crediate o meno, non sono mai stato geloso di nessuno. Forse perché preferisco concentrarmi su quello che non ho fatto per raggiungere determinati obiettivi, piuttosto che invidiare i successi degli altri.

 

Sicuro?

No, credo di essere geloso di Hugh Jackman. Ma ogni uomo si sentirebbe sminuito vicino a lui, mi sa.

 

Nel libro ci sono moltissimi personaggi, dei quali metti in evidenza il loro narcisismo e i loro difetti. Qualcuno di questi comprimari lo hai realmente conosciuto e inserito nel libro o sono tutto frutto della tua fantasia?

Il mio avvocato mi ha consigliato di dire che sono tutti frutto di fantasia. E avviso che, casomai vogliate farmi la festa, dormo con una mazza da baseball vicino al letto. Uomo avvisato…

Ad ogni modo, i personaggi sono inevitabilmente un poutpourri di tutte le cose che mi è capitato di sentire nel corso degli anni, ovviamente rielaborate ai fini artistici e comici del libro. Non mi sono ispirato a persone in particolare, piuttosto a filosofie di pensiero che, purtroppo, ancora oggi imperversano nella quotidianità, quella delle chiacchiere da bar e del giudizio facile.

 

Il protagonista senza nome, incontrando tutti questi personaggi, risulta un bel po’ infastidito da ognuno di loro e in un certo senso finisce per essere un vero e proprio lamentone. Questa caratterizzazione del protagonista è intenzionale?

Credo che il bello del romanzo sia che nessuno dei personaggi ritratti si salvi, nemmeno il protagonista. Volevo che il suo lamentarsi creasse una sinistra empatia, qualcosa che potesse far rispecchiare in lui qualunque giovane che non se la passa benissimo, specie in un periodo storico come questo, ma lasciare sempre qualcosa di ambiguo in sottofondo, fino alla stoccata finale. Per certi versi credo di esserci riuscito.

 

C’è qualche personaggio del tuo libro che odi particolarmente? E quello che più ami?

Questa domanda è un po’ particolare, perché alla fine ambo i quesiti si riuniscono in una sola risposta.

Se non ho mai provato gelosia per nessuno, non posso dire lo stesso per l’odio. Ho subìto numerosi torti e ho portato molto rancore, ma c’è voluto tanto tempo perché riuscissi ad ampliare lo sguardo e andare più in profondità nella questione.

Non credo esistano persone veramente cattive. Alla fine, siamo tutti spaventati da qualcosa. Da un mondo che ci confonde e dal fatto che non comprendiamo neppure noi stessi. E cos’altro puoi fare se non avere paura? O ti disperi, o soccombi, oppure metti il tuo ego avanti e speri di creare uno specchietto per le allodole. Per persone così alla fine non puoi che provare un’infinita e incommensurata compassione, anche per chi ti ha fatto male. Ecco, la gente mi delude costantemente ogni giorno, ma per qualche strano motivo mi sento attratto dalla debolezza, dalla volubilità e contraddittorietà umana, quindi a mio modo amo tutti i personaggi, anche quelli più negativi. Poi ovvio, c’è chi riesce a essere così con stile.

Poi diciamolo chiaramente, l’odio alla fine è una forma di rispetto ed è meglio preservarlo per chi se lo merita davvero. Inoltre mi toglie troppo tempo per pensare alla persona che più amo in assoluto: me stesso.

 

Per quanto tempo hai lavorato alla stesura di questo romanzo?

È stato tutto molto veloce e spontaneo. Venivo da un periodo molto burrascoso e avevo accantonato la scrittura di un libro molto cupo e impegnativo, quindi avevo deciso di optare per qualcosa di più leggero per rilassarmi. Inizialmente non volevo neppure proporlo a un editore, ma la storia aveva un suo perché e il messaggio finale mi sembrava espresso con chiarezza e decisione.

Poi dopo dieci richieste editoriali non a pagamento mi sono convinto che forse una qualche valenza doveva pur esserci.

 

Quali sono i tuoi traguardi più grandi?

Come autore (non mi definisco ancora scrittore), non aver mollato nonostante le numerose avversità.

Come persona, il riuscire a guardarmi allo specchio ogni mattina.

 

C’è qualcuno che per te si merita di essere un po’ narcisista?

Provo sempre una straordinaria ammirazione per chi sa fare cose belle che io non sono in grado di fare. Da adolescente stimavo chi suonava e fino a un po’ di tempo fa chi sapeva scrivere bene. Ora come ora, direi che la mia stima va a chi ama incondizionatamente.

Loro si meritano di essere narcisisti.

 

In futuro ti manterrai sempre sullo stesso genere, ironico-umoristico, o preferisci spaziare?

Ho scritto cinque romanzi e ho cambiato genere ogni volta. Purtroppo – o per fortuna – non riesco a stare ancorato sempre alle stesse cose, ho bisogno di cambiare per mettermi in gioco e puntare su quelle che sono le mie carenze. A questo giro però le cose possono andare diversamente: mi è piaciuto scrivere di questo personaggio senza nome ed ho già in mente altre storie che possono vederlo protagonista, quindi prima o poi sentirete di nuovo parlare di lui. Forse.

 

Come mai la scelta della copertina? Un tentativo di cavalcare il successo del tormentone di Francesco Gabbani?

Può sembrare, ma l’idea mi era venuta in tempi non sospetti, giuro. Niente Narcisisti’s karma. E tutto per il desiderio di scrivere dei seguiti. Infatti non avevo idea di come creare, anche a livello visivo, un collante che potesse collegare i vari volumi futuri (se mai ci saranno), quando un giorno è venuta l’illuminazione: il protagonista è una metafora dei nostri desideri inespressi e nascosti sotto le nostre convinzioni, quindi cosa c’è di meglio di un quadrumane per esprimere questo concetto?

 

La scimmia nuda quindi balla?

Balla quando è felice. Per il resto… vestita piace, ma nuda convince (ride).

 

Domanda finale: come ti vedi fra dieci anni?

Per come è stata la mia vita credo di essere fortunato ad essere ancora vivo, quindi preferisco non sfidare la sorte. Inoltre non mi piace pontificare il futuro, preferisco valutare i progressi e le conquiste che ho raggiunto.

A sedici anni desideravo pubblicare un libro ed essere felice. Ad oggi, ho pubblicato cinque libri. Meglio che nulla.

Federica Molitierno

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