Volevo morire a vent’anni di Camilla Salvago Raggi

Dopo aver trascorso l’intero mese di maggio ad occuparmi dello Stregathon, non mi dispiace l’aver ripreso letture meno vincolanti e più personali, soprattutto se il libro in questione è quello di Camilla Salvago Raggi, Volevo morire a vent’anni, edito da Lindau Edizioni che ringraziamo per la collaborazione.

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Allora mi sono detta che arrivati alla mia età tutto è permesso, anche fare a meno di una trama: semplicemente mettere giù pensieri e parole senza ordine, così come vengono: perché sono pensieri e parole che si hanno dentro e che hanno voglia di uscire, di essere scritti e a quei pensieri e a quelle parole va riconosciuto il diritto a esistere in piena autonomia.

Dunque l’autrice si è proposta, in questo suo (forse) ultimo libro, di mettere nero su bianco tutto quello che riteneva importante salvare dalle nebbie di una memoria sempre più labile: racconta della passione per la scrittura, delle difficoltà a socializzare e sentirsi adeguata e accettata da chi la circondava, della sua infanzia a Genova e il trasferimento a Roma e poi a Campale, di un matrimonio tutto sommato sereno ma finito con la morte del marito, della solitudine di questi anni nella villa di Campale affiancata, però, dagli affetti, dalla lettura e soprattutto dalla scrittura.

Come lei stessa afferma in un’intervista del 2013, il suo bisogno di scrivere è maturato molto di più in tarda età che non negli anni della gioventù, quasi fosse cresciuta dentro di lei una smania di lasciare quanti più segni possibili tra le pagine dei suoi libri. Inoltre, afferma di non aver mai apprezzato il fatto di parlare di sé nei suoi libri ma si è sempre inserita tra i suoi personaggi, quasi con fare “camaleontico”, come si definisce lei stessa.

Perché ogni libro ha un suo odore. Se è nuovo, cioè fresco di stampa, come di una promessa che si spera venga mantenuta. Se è vecchio, sa di passato, di lettura nel cono di un lume a petrolio o alla luce di una candela.

La figura di Camilla Salvago Raggi mi ha sicuramente affascinata perché attraverso il suo stile brioso e ironico ha reso questa lettura piacevole e divertente nonostante si parli anche di vecchiaia e morte; questo perché ci si rende perfettamente conto di quanto l’autrice non senta i suoi 92 anni anzi, trapelano tanta giovinezza e voglia di fare da lasciare stupiti.

Di seguito vi riporto un piccolo assaggio della sua simpatia contagiosa:

Sempre riguardo alla vecchiaia, vorrei dare un consiglio ai miei ventiquattro lettori (dico ventiquattro per non gareggiare col Manzoni che ne ipotizza venticinque)…

Nell’ultima parte del libro si rimarca molto l’aspetto dei bei vecchi tempi andati e dell’incapacità, da parte dell’autrice, di comprendere fino in fondo le nuove tendenze ma, sotto sua stessa ammissione, è consapevole che questi discorsi siano ormai obsoleti e sia dunque impossibile poter frenare il progresso.

Vi consiglio questa lettura? Assolutamente si! Credo che sia una piccola perla autobiografica che vada apprezzata per il tono ironico, la bellezza di carattere dell’autrice e il sapore degli anni passati che lasciano ancora un’eco nel nostro presente.

Morire è una prova difficile, a venti come a novant’anni. 

Irene Cambriglia

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