Avevamo ragione noi- Storie di ragazzi a Genova 2001 di Domenico Mungo

Il libro che sto per recensire è Avevamo ragione noi- Storie di ragazzi a Genova 2001 di Domenico Mungo edito da Eris edizioni, che gentilmente ci ha concesso una copia per una collaborazione.

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Avevamo ragione noi è un libro molto intenso che racconta i fatti avvenuti nel luglio 2001 durante il G8 di Genova. Attraverso alcuni brani, a volte basati su testimonianze vere, l’autore ci narra l’orrore di quei giorni nella scuola Diaz, nel carcere di Bolzaneto e in Piazza Alimonda dove trovò la morte il ventitreenne Carlo Giuliani. Nel primo capitolo intitolato “Premiata macelleria Diaz” si percepisce la sete di violenza di quei poliziotti, entrati lì con l’unico scopo di picchiare senza sosta, di torturare per farla pagare a ragazzi innocenti che erano andati lì per manifestare in maniera pacifica e che si trovavano quasi tutti già nei sacchi a pelo oppure a fare la fila per il bagno, preparandosi per la notte.

“Vi ammazziamo tutti! Comunisti e anarchici di merda! Vi ammazziamo tutti! Terroristi di merda”! Puzzate schifosi, puzzate come bestie da macero”. Polmoni perforati dalle loro stesse costole spezzate come fiammiferi di peltro. Milze spappolate. Denti che volano in aria o mordono la pietra. Teste spaccate che penzolano. Il pavimento di pietra con le mattonelle a chiazze si ingombra di sangue rappreso, grumi di cervello che escono dal naso. È una scuola. Sembra un mattatoio. È una palestra. Sembra un inferno dantesco. È un laboratorio. Sembra un obitorio di vivi. È una latrina. Qualcuno ci ficca la testa di altri con forza e violenza fino a farla rimbalzare sul termosifone di ferro battuto. Nel lavandino un rivolo di sangue gorgheggia e scompare.

Imperterriti hanno continuato ai piani superiori, solo preoccupati di soddisfare la loro sete di sangue e vendetta per quello che era successo nei giorni precedenti sulle strade di Genova.

Ancora viene riportata la testimonianza di un’infermiera che si trovava in un’unità di soccorso all’interno di una caserma e che dopo sei anni ancora non riesce a dimenticare nulla di quello che vide in quei giorni.

“Quando sei nelle loro mani sei finito. Dico nelle mani dei poliziotti. Saltano tutte le regole. Basta dire che un manifestante li ha insultati. Basta dire che ha cercato di fuggire. Che loro l’hanno preso. Che c’è stata una colluttazione. Che è scivolato dalle scale. Che si è fracassato la testa! Non c’è nulla da fare. In piedi due giorni. Le mani in alto. La testa contro il muro. Ogni tanto gliela sbattevano proprio contro il muro. […] Ma di tutto questo non si verrà mai a sapere niente. Forse. O forse si è già detto tutto ma sembra essere stato dimenticato. Nell’oblio della democrazia che tutto fa dire, tutto fa fare e nulla riesce a mutare”. […]. Mi chiedo che cosa sarebbe successo se noi medici e infermieri non fossimo stati presenti. Non dimenticherò mai. Le cose che sono successe non sono niente rispetto alle parole che ho sentito”.

Inoltre tutti i poliziotti e i carabinieri erano stati pesantemente messi in guardia contro quello che avrebbero fatto i manifestanti contro di loro, addirittura si era detto che gli avrebbero lanciato contro del sangue infetto o che li avrebbero presi in ostaggio e usato come scudi umani o che avrebbero lanciato palloncini gonfi di escrementi e soluzioni virali. Insomma tra gli sbirri ci sarebbe scappato il morto.

Oltre ai manifestanti, un’altra categoria presa di mira fu quella dei giornalisti. In particolare, nel libro, si parla di un giornalista che è stato ammanettato due volte, sia dai carabinieri che dalla polizia poiché non sapevano a chi spettasse il suo arresto. Inoltre fu trascinato a terra e quando tentava di alzare le mani, per dimostrare che era lì pacificamente solo per documentare, lo massacravano di botte. Dopo essere stato frettolosamente medicato all’ospedale, è stato portato in caserma dove, durante una lunga ed estenuante attesa, veniva preso a calci e pugni. È stato arrestato per violenza e resistenza al pubblico ufficiale, accusa totalmente infondata, tanto che non ha firmato i verbali, dopodichè ha denunciato quello che è successo.

Oltre agli orrori appena raccontati, una delle cose più gravi successe durante quei giorni e in particolare nel pomeriggio del 20 luglio 2001, fu l’assassinio da parte di un carabiniere, di Carlo Giuliani. Carlo si trovava in piazza Alimonda e circondò, insieme ad un folto numero di manifestanti, un Defender con tre carabinieri all’interno, impauriti fino all’osso e per niente preparati ad affrontare una manifestazione. Carlo, con un passamontagna, una canottiera bianca e un nastro di scotch intorno al braccio, aveva imbracciato un estintore e stava per lanciarlo contro i carabinieri, quando uno di loro Placanica, gli punta una pistola in faccia e gli spara. Lo uccide senza pietà, perfettamente consapevole di quello che stava facendo. E addirittura si cerca di dare la colpa dell’omicidio ad un manifestante che avrebbe lanciato una pietra contro Carlo!

“Così ora Carlo vola via. Ma nella piazza dove si urla e si piange, intorno a lui si agitano decine di insetti impazziti, si chiudono a testuggine i complici del casuale assassinio, quasi come a occultare la vergogna, per autoconvincersi e convincere che non è vero, bastonando con spaurita violenza chi lì attorno vuole vedere, documentare, testimoniare […]. Diranno i servi dell’informazione pulita che Carlo era un violento, un disadattato, un tossico”.

ll libro ha una stile molto particolare, sembra quasi scritto come una poesia. Le frasi spezzate, crude, brevi le ho trovate molto adatte allo scopo di descrivere situazioni così dense di violenza; frasi ad effetto come un pugno nello stomaco, frasi ironiche ma l’ironia è amara. Durante la lettura del libro ho avuto la sensazione di essere catapultata in Piazza Alimonda e di essere lì mentre Carlo moriva, ho sentito la rabbia e l’impotenza delle vittime delle torture, la rassegnazione di chi sapeva di non essere in grado di combattere con il potere di coloro che li tenevano in pugno, neanche fossero pupazzi da strapazzare a loro piacimento. L’autore mi ha trascinato da una parte e dall’altra con la frenesia di chi vuole raccontare ciò che ha visto e sentito, di chi non vuole che niente di tutto questo venga dimenticato. Molto belle ed evocative anche le illustrazioni di Paolo Castaldi e il fatto che ogni capitolo corrispondesse al titolo di una canzone quasi come se il libro fosse anche una compilation.

Ogni volta che leggo articoli o libri su quello che è successo durante il G8 di Genova nel 2001, mi chiedo sempre come sia possibile che possa essere avvenuta una cosa così orribile; resto sempre un po’ sorpresa come se non volessi crederci. Eppure è successa, ed è stata una carneficina, una macelleria, come Domenico Mungo la definisce. Non solo violenze fisiche, ma soprattutto psicologiche sono state perpetrate, “gravi violazioni dei diritti umani” afferma Amnesty International. Ma la cosa più grave è che in Italia non c’era, e purtroppo ancora non c’è, il reato di tortura quindi i poliziotti e i carabinieri sono stati condannati per abuso d’ufficio con una pena molto minore di quella che meritavano. Tra l’altro c’è stata pochissima collaborazione da parte della polizia tanto che spesso non si sono riusciti ad indentificare gli autori materiali del maltrattamenti.

Insomma ci sono ancora tante cose da chiarire, ma è importante parlarne e ricordare sempre ciò che è successo e ringrazio Domenico Mungo per averlo fatto.

-Mariavittoria Molitierno

Per saperne di più: https://www.facebook.com/ibookanieri/

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