Un’educazione milanese di Alberto Rollo

Cerco ponti in cui lo spaesamento e il sentirmi a casa coincidano. E su questi ponti finiscono con l’apparire, tenere e meridiane, le figure che mi riconducono là dove io sono cominciato e dove è cominciata, per me, questa città.

Si apre così il primo (e spero non unico) libro di Alberto Rollo, direttore letterario per la casa editrice Feltrinelli da oltre vent’anni, edito però da Manni Editore per una precisa scelta dell’autore, come afferma in una sua intervista.

Se non fosse che risulterebbe un tantino pedante la recensione, avrei volentieri inserito soltanto le frasi tratte dal libro perché credo che descriverlo risulterebbe superfluo e non arriverei mai a dargli la giusta importanza.

Sarò esagerata? Non vi so dire, probabilmente sì perché il mio giudizio è offuscato dallo stupore e la bellezza che mi ha trasmesso questa lettura.

Ogni forma di educazione ha una durata, un’evoluzione e una conclusione

L’intento dell’autore è quello di svolgere una «ricognizione» della sua città natale, Milano, per delineare il quadro di quest’educazione milanese che lo ha accompagnato dagli anni dell’infanzia fino al limite dell’età adulta.

Egli ci racconta gli anni della sua infanzia in una zona periferica di Milano, all’interno di una famiglia appartenente alla classe operaia, con un’educazione paterna molto rigida e intransigente, intrisa di comunismo e cristianità. È molto toccante la parte in cui Rollo racconta delle gite compiute col padre nella zona ferroviaria della città poiché sono gli unici momenti in cui il piccolo Alberto si sente più vicino a questa figura paterna sempre molto riservata e poco incline a manifestazioni di affetto.

Come lo stesso Rollo afferma «La ferrovia è il fondale di tutta la mia infanzia.» e «In quella Milano delle officine (che è stata anche di mio padre) mi sembra di poter riconoscere il germe di una diffusa educazione milanese…».

Passiamo dalla Milano delle officine degli anni ’50 ad una città dello spettacolo, in particolare del teatro, negli anni ’70 e Rollo vivrà sulla propria pelle questi cambiamenti, avvicinandosi a poco a poco alla piccola borghesia. Questi saranno gli anni delle amicizie più importanti per l’autore, come quella con Marco, futuro architetto che sogna una Milano all’altezza della sua bellezza intrinseca, con il quale aveva stretto la promessa di cambiare il mondo assieme.

Fra la Milano di operai e artigiani della mia famiglia e l’altra, genericamente borghese e intellettuale che avrei conosciuto più tardi, non c’erano rapporti.

La velata malinconia dell’ultima parte del libro mi ha emozionata tanto, soprattutto per quello che riguarda l’ineluttabilità della condizione umana costretta a osservare e vivere il perenne cambiamento. Le parole di Rollo sono incisive perché non riconosce quasi più nulla oggi della sua vecchia Milano e non può fare altro che passeggiare per le vie osservando i cantieri che minacciano di sconvolgere sempre più la sua città.

Il libro presenta uno stile molto ricercato e leggendolo si capisce perfettamente la cura nella disposizione di ogni singola parola nel testo, quasi che il tutto si sia scritto da sé senza bisogno di un autore.

Sono totalmente convinta che il romanzo di Rollo possa rientrare nella cinquina e spero tanto che vinca perché è un libro validissimo ed è necessario che venga conosciuto e letto.

E nondimeno a ogni perdita siamo messi bruscamente o progressivamente davanti alla fatica della bellezza del vivere, come se non altro che maculato potesse essere il quadro in cui si materializza il nostro sentimento dell’esistenza.

Irene Cambriglia e Federica Molitierno

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